Ma quindi si dice Food stylist o Home Economist?

È vero che noi food stylist siamo così pochi che non abbiamo nemmeno un job title in italiano, però ultimamente sto notando ancora confusione sul modo corretto di utilizzarlo.

Visto che si tratta del mio lavoro, ne approfitto per fare un po’ di chiarezza.

Quando ho cominciato, nei primi anni 2000, si usava indifferentemente  home economist o food stylist, ma alla fine il significato era lo stesso: colui o colei che si occupava di preparare il piatto rendendolo adeguatamente fotogenico per il set.

Capitava per esempio che, nei credits, per lo stesso tipo di lavoro, committenti simili (per es. le varie riviste femminili) indicassero indifferentemente home economist o food stylist a seconda di  preferenze legate solo alla linea editoriale.

Confesso che inizialmente ho dato per scontato che Home Economist fosse la versione sbagliata, una traduzione letterale di economa domestica, che, oltre a sembrarmi un concetto vecchissimo, evidenziava il lato meno interessante del lavoro.

Poi però, facendo un po’ di ricerche mi sono resa conto che anche in America si usava Home Economist. Il perché lo scoprii grazie a Delores Custer, autrice di Food Styling (Wiley & Sons Inc) e veterana della professione.

Nel secondo dopoguerra, più che lo styling vero e proprio era richiesta la preparazione dei piatti per le riviste di cucina o per gli annunci pubblicitari, piatti che molto spesso fungevano da modelli per gli illustratori. Questi posti erano riservati alle donne in possesso della laurea in Home Economics. Esatto. Le Home Economist.

Con la successiva trasformazione delle riviste, in cui le illustrazioni furono soppiantate dalle fotografie, si rese necessaria una nuova figura professionale che preparasse i piatti per il set fotografico. Queste nuove professioniste vennero chiamate Food Stylist.

Volendo fare i precisi, quindi, Home Economist è un termine scorretto, e, a mio parere, anche un po’ passatista, anche se questo non impedisce che lo si usi ancora, e pure con una certa pervicacia.

Il problema temo che stia proprio nel fatto nella terminologia inglese. Suona bene, ma alla fine non tanti capiscono esattamente cosa voglia dire.

Mi sta capitando, anzi, di notare una confusione sempre maggiore.

A volte mi sono stati proposti lavori da food stylist che in realtà erano da art buyer/ prop stylist per lavori food. Il ragionamento, suppongo, è che un* prop stylist che si occupa di food diventi un* food stylist.

Non mi risulta.

Un* prop stylist che fa food, resta un* prop stylist.

Un* food stylist può anche segliere piatti e tovaglioli, ma continua ad essere quell* che si occupa di ciò che sta dentro il piatto (o sul tagliere, o sulla teglia, o sul tovagliolo) e che lo rende bellissimo per il set fotografico.

Inchiesta: quali superpoteri servono per fare la food stylist?

Non so se lo sapete, ma il food styling è il tipico lavoro per cui sono necessari dei superpoteri.

Non ci credete? Vi tratteggio subito i principali.

Superpotere #1: la vista a raggi X

Gli umani rispondo a dei comandi atavici. Il cibo è uno di quelli. Sfortunatamente è anche il componente principale del lavoro di food styling.

Ora, se lavorate in un ufficio qualsiasi, nessuno si aggirerà attorno alla vostra scrivania cercando di rubarvi quel report a cui state lavorando da due settimane per mangiarselo. A noialtri, sì.

Quello che gli altri recepiscono come cibo, con conseguente salivazione e succhi gastrici, per un* food stylist è l’equivalente di quel file excell che avete salvato stamattina, di quella presentazione che state mettendo assieme proprio in questo momento.

La vista a raggi X è vitale per preservare il lavoro presente e assicurarsi di poter svolgere anche quello futuro, evitando ritardi negli scatti o nelle riprese per via dell‘inopportuno languorino di qualcuno che non capisce la differenza fra cibo e cibo-non-cibo.

Qualcosa tipo il senso di ragno di Spiderman.

Sarà utile tuttavia anche per individuare il microgranello di pepe sullo sfondo a sinistra, che sbilancia irrimediabilemente la composizione (autocit.)

Superpotere #2: l’invisibilità.

Questo è decisamente il superpotere più importante: il lavoro del food stylist non deve farsi notare per definizione.

Cioè, quando il piatto sembra appetitoso in modo naturale, allora il lavoro è stato fatto bene. La presenza di un* professionista che si occupa di costruirlo nel modo più adatto al set fotografico non si deve intuire, così come un* brav* stylist sceglierà abiti che la celebrity di turno sembra aver spontaneamente scelto dal suo armadio la mattina.

Poi, certo, questa particolarità continua a trarre in inganno qualcuno, che si ostina a considerare il food styling solo una prova lampante della pigrizia del fotografo.

Del resto che ci vuole a portare il piatto sul set, che diamine? Due passi gli fanno pure bene!

Secondo costoro, per esempio, Jamie Oliver lavora senza food stylist, butta lì spontaneamente il cibo sui piatti in maniera carina. La cosa interessante è che invece ha tre food stylist che lavorano a quell’effetto naturale. Che sì, è solo un effetto, voluto e cercato.

Non è ovvio, peraltro. Però basta passare poco tempo sul set per capirlo. Il processo di preparazione dei piatti richiede parecchio tempo. Preparare luci e set, altrettanto. Ha perfettamente senso che ci siano professionisti diversi a occuparsene. Specie se si vuole terminare il lavoro in tempi sensati.

Per questo, accolgo sempre con piacere gli inviti delle scuole di fotografia e delle associazione fotografica di raccontare cos’è il food styling e a cosa serve. Per chi vuole lavorare non mondo della fotografia food, perché è utile capire le dinamiche di un vero set, ma anche per chi,  semplicemente, vuole capirne di più.

Dall’Alberghiero-Chic al Food Porn. Breve storia del food styling.

Ero lì un pomeriggio a scartabellare beata la mia collezione di libri di cucina, quando mi caddero gli occhi su di lui.

Una riedizione del mitico Pelleprat datata anni ’60.

Oh, gaudio! Oh, gioia! Oh, tripudio! Una pletora di foto meravigliose e improponibili si stagliavano senza vergogna  davanti ai miei occhi.

Peraltro, a loro favore, va detto che erano facilmente databili senza l’ausilio del carbonio 14.

Il loro stile rispecchiava in pieno l’epoca della produzione. I suoi cliché sul bello.

La tentazione era troppo ehm… golosa. Non ho resistito. Ho tracciato una frizzante storia del Food Styling, seria ma non troppo e lunga il giusto (cioé poco).

Anni ’60: L’alberghiero-chic.

Chissà cosa avevano negli anni ’60 con gli alberghi. Nell’immaginario collettivo, rappresentavano l‘epitome dell’eleganza, il non plus ultra dello chic.

Dovendo fare dei piatti sublimi, doveva essere sembrato normale volgersi in quella direzione.

Vassoi sontuosi, piatti algidi e inarrivabili, esecuzioni dettagliatissime, ripetitive ed estremamente complesse. Il bello era pericolosamente vicino alla nevrosi ossessiva (vedi foto sopra).

Anni ’70: Il ritorno a casa.

Gli anni ’70 sono invece un periodo di transizione.

I piatti lasciano l’albergo di lusso e tornano a casa, senza però riuscire a liberarsi da certe rigidità.

Compaiono comunque ambientazioni più casalinghe e piatti che potremmo avere tutti quanti dentro la credenza.

Ahimoi, l’idea di bello è ancora associata ad una rigida ripetizione di schemi.

La buona notizia è che ci sono ampi margini di miglioramento.

Anni ’80: L’Übercasalingo.

Mentre per strada trionfa l’apologia del fast food, sui libri si celebra il casalingo.Anzi, l’Übercasalingo.

Affinché nessuno dubiti che i piatti sono stati fotografati nel bel mezzo di una vera cucina indaffarata, negli anni ’80 ci si fa un punto d’onore nel mettere tutti, ma proprio tutti, gli ingredienti della ricetta attorno al piatto.

L’aria domestica è indiscutibile (e anche un po’ ansiogena), ma piace così, o così pare.

I libri di cucina comunque cominciano a vendere parecchio, e forse si scambia l’interesse del pubblico per i libri con l’apprezzamento per questa estetica.

La variante autoctona italiana, il suorgermanesimo, si è comunque piantata nell’immaginario comune, perché la troviamo impunemente ancora oggi in tante pubblicazioni/libri food di largo consumo.

Anni ’90 – L’estetica delle Briciole e la nascita del Food Porn.

La rivoluzione arriva dall’America: Martha Stewart Living nasce nel 1990.

Non è un giornale qualsiasi: è il Sacro Vangelo della Scuola dell’Estetica delle Briciole, nota anche come dell‘Imperfetto Chic.

Date un’occhiata ai pregevoli esempi qui sotto.

Già. Quelle briciole così naturali attorno alla torta, quella colata di cioccolato così impertinente e sbarazzina sul ciambellone, sono false come una banconota da 15 euro.

Verosimili, ma false.

L’Imperfetto Chic è studiatissimo.

Ed è anche il papà di un simpatico fenomeno degli ultimi decenni: il food porn.

Quelle imperfezioni, la briciola, la colata di salsa, sono tanto belline, sì, ma non solo. Sono anche la prova razionale dell’autenticità di quel cibo, della sua bontà.

E quindi della sua desiderabilità.

“Hey, sono del vero cibo succulento. E sono qui solo per te!”

Tutto questo con lo scopo di stimolare le reazioni fisiologiche tipiche della razza umana davanti al cibo. L’acquolina in bocca. L’istinto di allungare la mano per tirar su quella goccia di salsa o quella briciola che, hey!, vuole proprio te.

Insomma tutto, fuorchè lasciarvi indifferenti.

Ma la coraggiosa ricerca su questo tema scabroso non finisce qui.

Alla prossima puntata.

Credits: la foto anni ’60 è da H. P. Pelleprat, L’arte della cucina, 1964, Editions Rene Kramer, quella anni ’80 da Ricettario italiano, Demetra; il finto anni ’70  da DailyMail.co.uk; i dettagli foto da MarthaStewart.com

Food Design | Gioielli di zucchero

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Tutta colpa del progetto di food art Love Letters 4 Xmas.

Con la ricerca che ho fatto in quel periodo, ho finito per innamorarmi dello zucchero. della sua texture, dei suoi colori, di come prende la luce, e insomma, mi è venuta voglia di giocarci un po’.

Il progetto Gioielli di zucchero è nato così: per puro desiderio di sperimentare, ed è tutt’ora un work in progress, che conto di portarmi avanti ancora per un po’.

Vedremo dove arriverà.

Curioso, in tutto questo, che a me i dolci piacciano molto poco, e lo zucchero da solo per niente.

Eppure sui dolci ci ho scritto un romanzo e continuo ad amarne la resa fotografica sopra ogni cosa. Ma visto l’impatto dei glucidi sulla fisiologia umana, direi che questa mia indifferenza è davvero una manna 🙂

Il progetto continua su Instagram.

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Food design | Love Letters 4 Xmas: tutto il progetto

Da tempo ho voglia di sperimentare sulla food art. Usare il cibo non solo per preparare ricette, ma anche per evocare mondi solitamente lontani dalla cucina, almeno in apparenza. Farci cose belle, come faccio da parecchio con il food styling, ma tipo molto di più.

Questo, e il mio sempiterno amore per la parola scritta, anche se dalla frase precedente non si direbbe.

Dalla fusione di questi due elementi è nato il desiderio di rendere commestibili le parole. O meglio, sin da quando ero bambina penso che le parole abbiano un colore, una consistenza, un sapore. Che poi, del colore, lo dice anche Rimbaud in Voyelles, Vocali.

A noir, E blanc, I rouge, U vert, O bleu, voyelles,
Je dirai quelque jour vos naissances latentes.

(A nera, E bianca, I rossa, U verde, O blu: vocali,
Io dirò un giorno delle vostre nascite latenti.)

Non sono d’accordo sulle sue scelte cromatiche (vedete anche voi che la A è rossa e la E è verde, vero?), ma il principio è identico. Del resto stiamo parlando di sinestesia, non di una scienza esatta.

Comunque, dicevo, per me, scrivere è, certo, creare bilanciamenti di senso, ma anche di colore, di sapore, di consistenza, benché immaginari. Mettermi a creare delle parole edibili era solo questione di tempo, a pensarci bene.

Il momento propizio è poi arrivato all’inizio di dicembre: ho invitato, piuttosto istintivamente, 10 persone che mi sono sembrate in sintonia con il progetto, a darmi una frase da interpretare. Vincoli: massimo 38 lettere (dal giorno dell’inizio + quello della fine, 13+25 dicembre, sino a Natale) e che fossero delle Love Letters, cioè un messaggio positivo. Io mi son tenuto apertura e chiusura.

E insomma, tra lo stupore per le adesioni entusiaste, l’emozione di avere in affido parole così belle, il regalo di una manciata di giornate di sole invernale, la meraviglia per quello che stava venendo fuori, ho avuto la scusa per sperimentare con materie, forme e colori edibili e di parlare di argomenti piacevolmente insoliti (il sacro, la poesia, la gratitudine), rischiando più volte, io che lavoro sempre per sottrazione, di diventare logorroica.

Qui sotto riporto il progetto intero con tutte i testi che ho pubblicato su facebook.

Grazie a tutti. È stato bellissimo.

grazieb

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[Love Letters 4 Xmas – 1/12]

Metto le mani avanti: non è la migliore, ma è un inizio doveroso. La frase ce la metto io: “We must risk delight.”, “Dobbiamo rischiare la meraviglia (o il piacere, o la delizia).”

L’autore è Jack Gilbert, citato da Elisabeth Gilbert in Big Magic, un libro che, per chi si è mai fatto domande sulla creatività, è la boccata di ossigeno di quando riemergi da un tuffo sott’acqua.

“Rischiare la meraviglia”. Ecco, alla fine, questo è un po’ il senso di tutte le cose senza senso apparente.

[frase su frolla con pasta di zucchero e polvere d’oro edibile]
1-12b

[Love Letters 4 Xmas – 2/12]

La frase di oggi la devo a Barbara Sgarzi: “Love loves to love love” (L’amore ama amare l’amore) viene dall’Ulisse di Joyce – e già sappiamo che non può essere una frase innocua, né tantomeno sdolcinata.

È ispirata, ma anche ironicamente inserita in un capitolo sulll’odio; è musicale, ma attraverso la ripetizione di una parola già sentita mille volte; è prosa, ma miracolosamente acquista una qualità melica, e diventa verso.

Conta certo, la materia di partenza. Ma conta molto di più quello che ne fai.

[leccalecca di zucchero con zuccherini e scaglie di oro edibile]
2-12b

[3/12 Love letters for Xmas]

la frase di oggi mi è stata suggerita da Cristiano ZioBurp, e, da musico, pesca molto appropriatamente dal titolo di una canzone: “If you love somebody, set them free” (Se ami qualcuno, lascialo libero) di Sting.

Anche questa è una frase solo apparentemente facile.
Molti amano ricordare che se appena due anni prima cantava “Every breath you take (I’ll be watching you etc.)” assieme ai Police, con questa canzone Sting ha decisamente cambiato, ehm, musica. I molti di cui sopra ne lodano altresì la saggezza, a meno che non stiano scrivendo un articolo sul Tantra, e allora ne lodano altre prerogative.

Ma non distraiamoci. Che lasciar libere le persone che ami sia un’atto d’amore, capovolge secoli di “Io-che-non-vivo-più-di-un’ora-senza-te”, va contro il senso comune anche oggi, 30 anni dopo. Forse, però, un ex frontman appena divenuto solista non intende una canzone sulla libertà solo in senso amoroso. Ci sono infinite libertà da dare e da chiedere: la libertà di lasciare impegni, lavori, band in cui non ti riconosci più; la libertà di avere opinioni diverse; la libertà di fare scelte in cui credi solo tu. Vale per il partner, vale per i figli, vale per i colleghi di lavoro, ma anche per noi stessi: la libertà di diventare ciò che siamo, come diceva Nietszche.

E ora, un po’ di cioccolato.
[tavoletta di cioccolato con lettere di brisè e glitter edibile]
3-12b

[4/12 – Love Letters 4 Xmas]

La frase di oggi me l’ha data Nina Gigante: è “Defend your sacred” (difendi ciò che è sacro per te) ed è ispirata direttamente dal movimento di Standing Rock per proteggere le terre sacre Sioux dall’oleodotto Dakota Access.

“Difendi ciò che è sacro” significa una cosa diversa per ogni persona che legge. Ma forse la vera domanda è “Che cosa è il sacro, per te?” Le verità tramandate, i luoghi che ti rimandano all’infanzia, le cose che si ripetono da secoli? Oppure La bellezza, il silenzio, la pace, lo spirito, l’armonia? Dove si trova, questo sacro? E poi: come si difende?

Per me il sacro è un mandala da (ri)costruire granello di sabbia per granello di sabbia, semino per semino. Non ci è dato molto più di questo. Ma a volte, all’improvviso, comincia ad intravvedersi un qualche disegno.

[mandala di frutta con biscotto di farro, polvere d’oro e pimento]
4-12b

[5/12 – Love Letters 4 Xmas]

La frase di oggi è un regalo di Elisabetta Artemisia Ferrari: “Da ora in poi. Il tuo futuro inizia adesso.” È una frase che proviene da un testo buddista, di cui ha perso traccia (anzi, se qualcuno ne conosce la fonte, sarebbe bellissimo scoprirlo così).

Non ci ho pensato molto: nell’istante ho letto questa frase, ho deciso che il suo tema sarebbe stato il cerchio.
Strano, o forse no: il cerchio è un simbolo denso di significati, esattamente come questa frase.
Che sottende infinite possibilità in potenza in ogni istante. Sottende l’ipotesi impertinente che esitiamo solo nel presente, il passato non c’è più, il futuro non ancora, se non nella nostra testa. Sottende persino che siamo liberi e possiamo reinventarci ad ogni istante. E le sottende tutte assieme, perché in fondo sono l’una conseguenza dell’altra, come i punti di un cerchio, di una O, di un bracciale.

Secondo la tradizione zen, solo chi ha la giusta concentrazione può tracciare un cerchio perfetto con una sola pennellata. Mi piace pensare che non sia un caso.

[bracciali di zucchero con letterine e polvere d’oro su mattonella di sale]
5-12b

[6/12 – Love Letters 4 Xmas]

La frase di oggi è di Christian Zoltar Bellomo, ed è anche la prima frase che non è una citazione, ma un saggio consiglio zoltariano: “Non dimenticarti di giocare.”

Ovvero: ricordati di lasciare uno spazio per tutto quello che ti entusiasma, o ti fa sorridere da sol* al ripensarci, che ti fa sentire caric* di energie e assurdamente felice, senza nessun motivo apparente.

Che senso hanno i giochi di ruolo, disseminare dinosauri in posti improbabili, vestirsi come in un altra galassia e fingere di essere il personaggio di un fumetto o di un film?

Riscoprire il lato bambino, dicono.
E se invece fosse il lasciare spazio, da adulti senzienti, a quella parte creativa e un po’ folle che per sbaglio abbiamo creduto giusto archiviare in un posto dove non facessero disordine, assieme ai ricordi d’infanzia e agli album fotografici? Se invece quella parte lì non fosse per nulla una parte bambina, ma semplicemente una parte umana?

Disclaimer: la barbie mi suggerisce di aggiungere che sono leggermente di parte.

[biscottini di frolla con pasta di zucchero e lettere di cioccolato]
6-12b

[7/12 – Love Letters 4 Xmas]

La frase di oggi è per Mafe De Baggis: è di E. E. Cummings e viene dalla sua introduzione ai Collected Poems: “Every answer asks a more beautiful question (ogni risposta fa una domanda ancora più bella)”. Oggi è un esperimento nell’esperimento: non solo ho interpretato la sua frase, ma l’ho anche scelta per lei. È una doppia sorpresa, insomma.

Stranamente intelleggibile per Cummings, sperimentale e poco ortodosso, questa frase è provocatoria solo nel paradosso apparente che ostenta. Insomma, ‘ste risposte! Non dovrebbero starsene zitte e buone, dopo che hanno assolto al compito di mettere a tacere la domande?

No, sembrebbe.
Le risposte migliori sono quelle che pongono altre domande, dice Cummings. Si riferisce alla poesia, lui, ma io credo che si possa estendere ad ogni assembramento di parole capace di instillare dubbi, aprire brecce negli steccati, scassinare nozioni preconfezionate: saperne di più.

Una mente viva si nutre di domande, anzi pregusta, quasi, i corridoi, i sotterranei, gli interi piani che un punto interrogativo può aprire. Per qualcuno questa vastistà in agguato dietro ogni domanda è spaventosa; ma per chi ha fame di conoscenza no, questa cosa qui è pura meraviglia.

[libro di zucchero con lacci di liquirizia e letterine colorate edibili]

NB: per la cronaca, andando a memoria ho sbagliato la citazione orginale, che invece era: “the beautiful answer who asks a more beautiful question”. Eh.
7-12

[8/12 – Love Letters 4 Xmas]

La frase di oggi è per Petunia Ollister. È di Kerouac e viene da Desolation Angels: “So shut up. Live travel adventure bless & don’t be sorry (Quindi chiudi il becco. Vivi, viaggia, avventurati e non avere rimpianti)”.

Di solito si trova in giro solo la seconda parte della frase, tramonto sul mare sullo sfondo, stelline e font lezioso in pantone Radiant Orchid o Sea Breeze. Poco Kerouac, molto pinterest.

Invece noi lo “shut up” ce lo teniamo stretto. È una specie di pedata, la spinta prima di buttarsi, ché qui mica si vuole ispirare, semmai istigare. Alla libertà: quella da noi stessi, dalle nostre remore, da quel chicchericcio interiore che prevede sempre il peggio, che ti ripete che non puoi, non devi, non ce la farai.

Non che domani, alè, tutti a fare il giro del mondo in kayak senza strumentazione. Il viaggio con Kerouac (ma anche senza) è anche interiore, e avventurarsi, per qualcuno, potrebbe essere solo parlare al proprio vicino di posto sul tram.

Ma non è la solita storia che si debba uscire dalla propria area di confort e blablabla.
Questa è un’esortazione a rischiare – e a farlo con l’entusiasmo di chi sa che concedersi il permesso di “sbagliare” è concedersi un privilegio. Ecco perché poi, da questa prospettiva, non esistono errori, ma solo esperienze fatte, o meglio territori della vita in cui ti sei avventurat*.

[Frolla con pasta di zucchero, cacao in polvere e zucchero a velo]
8-12b
[9/12 – Love Letters 4 Xmas]

La frase di oggi è di Filippo Pretolani ed è tutta sua: “2 è un numero enorme.” Praticamente un koan.

Dicono che due siano le possibili strade davanti ad un paradosso:
a) ignorare qualsiasi stimolo al pensiero e sorriderne, come di una battuta;
b) prenderlo sul serio e accoglierne la provocazione.

Due può essere un numero enorme o piccolissimo, dipende da cosa sommi: amori, mandarini, fazzoletti di carta, sigarette, dolori. Non è detto che il conto sia abbordabile solo perché il numero è basso.

Dal koan zen in poi, il paradosso guarda alle cose con una certa amabile irriverenza, e per questo spesso scopre punti di vista inediti.

Dicono che due siano le possibili strade davanti ad un paradosso. Io dico che ce n’è una terza: prenderli sul serio con il sorriso sulle labbra.

[Torta al cioccolato, con lettere di cioccolato e codette di cioccolato]
9-12

[10/12 – Love Letters 4 Xmas]

La frase di oggi mi è stata suggerita da Roberta Ragona : “less attitude, more gratitude (meno , più gratitudine)”. Sul web, gode di una certa fama; tuttavia non sono riuscita a ricostruire un autore preciso: se sapete, colmo volentieri questa lacuna.

Dunque siam qui, in un freddo ma assolato pomeriggio invernale, a sorseggiare un Earl Grey con Lady Violet. Benevola dietro l’aria severa (ma giusta, aggiungerebbe qualcuno), ella ci ammannisce questo monito.

È in buona, quindi potrebbe aggiungere che la gratitudine è come i carciofi (poco british, lo so, ma l’alternativa era l’haggis o il black pudding – vedete voi): da piccoli non si capisce il motivo della loro esistenza, figurarsi perché i grandi se ne contendano l’ultima porzione a forchettate, mettendo a rischio relazioni e amicizie pluriennali.

Così è anche per la gratitudine. A un certo punto della tua vita, dopo aver accumulato esperienza e, presumibilmente, saggezza, cominci a renderti conto che nulla, nulla al mondo ti è dovuto, checché ti abbiano raccontato sinora. Nemmeno alzarti in piedi, nemmeno respirare, nulla di nulla.
E allora, my dear, cominci a capire l’importanza di questa cosa, perché ha senso – molto più di quanto abbia mai creduto – e ti azzardi titubante ad assaggiarla, e scopri che ha proprio un buon sapore.

[Frolle con marmellata e letterine edibili]
10-12b

[11/12 – Love Letters 4 Xmas]

La frase di oggi, la penultima della serie, me l’ha data Gioia Gottini: “Salta e la rete apparirà”. È citata ne “La via dell’artista” di Julia Cameron.

Quando l’ho letta ho pensato subito ad Alice. Questa frase me la sono immaginata suadente quanto il “bevimi” sulla bottiglia, il “mangiami” sul dolce.

Sarà perché è un imperativo che ha bisogno della stessa fiducia, della stessa curiosità. Sarà perché rischia in modo identico di farti trovare, spiazzat* nella tana del bianconiglio, in procinto di aprire mondi imprevedibili, inimmaginabili.

Apparirà davvero, questa rete? E ancora: è meglio calcolare il salto al millesimo o lanciarsi senza pensare come farebbe Alice?

Ci puoi pensare quanto vuoi, tanto c’è solo un modo per scoprirlo.

[Lettere di cioccolato con polvere d’argento edibile e chicchi di melagrana]
11-12b

[12/12 – Love Letters 4 Xmas]

Avevo pronta una foto molto diversa, per oggi. Poi ho visto la luce di questo pomeriggio e mi è tornato in mente quel verso di Leonard Cohen: “There’s a Crack in everything, that’s how the light gets in (C’è una crepa in ogni cosa: è così che entra la luce)” – all’improvviso non c’erano più alternative.

La perfezione formale, la ripetizione senza difetti sono i nostri classici cliché di bellezza. Eppure, a farci caso, si scopre che spesso è l’asimetria, il dettaglio apparentemente fuori posto, la nota fantasma, il nonsense (o supposto tale) che rende la composizione veramente interessante.

È la crepa che fa entrare la luce, l’oro che incolla i cocci, facendone una ciotola ancora più bella. È qualcosa che sfugge alle previsioni, che il buonsenso sconsiglia, che logica disapprova – qualcuno glielo dica, per favore, che non hanno sempre ragione loro.

Credo che gli opposti in un qualche punto si tocchino, che le cose sfuggano ai cliché e si intreccino in modi che rifuggono le semplificazioni. Quel punto lì è dove succedono le cose più interessanti.

Ma ora mi fermo, ché sto veramente diventando logorroica.
Grazie di cuore a tutti coloro che mi hanno seguito, incoraggiato, assecondato in questo progetto che, appunto, il buonsenso disapprovava totalmente. Disobbedirgli è stato bellissimo!

Buon Natale, Felice Yule, buon Solstizio, o qualunque modo in cui celebrate questo momento dell’anno, vi auguro tanti raggi di sole.

[omini lego di zucchero, carta edibile e scritta con pennarello per alimenti]
12-12b