Food design: quel giorno che ho rifatto i gioielli di Opella in cioccolato (progetto per la Milan Jewelry Week)

A dx, la collana Dafina di Opella; a sx, la mia copia in cioccolato.

Se bazzichi da queste parti (o sul mio Instagram), forse avrai notato che ogni tanto mi diverto a far incontrare food design e gioielli.

Di recente, ho avuto una scusa un’occasione meravigliosa per tornare a farlo.

Quando Cristina e Liliana di Opella mi hanno invitato a inventarmi qualcosa per la Milano Jewelry Week, non me lo sono fatta ripetere due volte: i loro gioielli contemporanei e stilosissimi mi sono sempre piaciuti molto. Figurati se mi facevo scappare l’occasione di rifarli in versione food.

A sx, due collane Obax di Opella; a dx, la mia copia in cioccolato.

Il lavoro è cominciato per gradi. Due mesi prima dell’evento sono andata nella loro boutique di Via Guerzoni a studiare i materiali e le forme delle loro creazioni. la prima fase, food styling o food design che sia, comincia così.

Assieme, abbiamo scelto tre collane da riprodurre in versione food, tra tutti i pezzi della nuova collezione: Obax, Dafina e Bikilu, solo per l’esposizione, più gli orecchini Adenike sotto forma di dolci da offrire agli ospiti.

In alto gli orecchini Adenike; in basso la mia copia in versione torta.

Qui è partita la fase di studio, per capire come realizzarli.

Design a parte, la bellezza dei bijoux di Opella sta anche nelle textures materiche degli elementi che compongono i loro pezzi.

Per questo, parte della sfida è stata trovare il modo di rifarli con il maggior dettaglio possibile.

Per simulare il caucciù ho trovato delle meravigliose stringhe di liquirizia, lucide e flessibili, benché di qualche millimetro più grosse, mentre i dettagli di metallo li ho ottenuti ricoprendo la liquirizia con i fogli d’argento edibile.

Quanto ai pezzi principali, ho voluto che fossero più precisi possibile, per riprodurre al meglio la bellezza del particolarissimo tessuto di carta che li compone.

Dettaglio: la texture della mia copia della collana Bikilu.

Ho quindi creato degli stampi in silicone colati sui pezzi originali di Opella, che ho poi riempito di cioccolato fuso e verniciato con vernice spray edibile.

Rossa, ça va sans dire 🙂

Con Cristina e Liliana di Opella. (Sì, la torta era buona!)

E insomma, pur con qualche dettaglio perfettibile, le copie edibili dei gioielli Opella sono venute bene.

Il 27 ottobre sono state in esposizione in negozio tutto il pomeriggio. Ho notato un po’ di delusione solo quando ho spiegato che erano copie uniche. Per fortuna c’era la torta, che ha consolato tutti.

Se vuoi vederle da più vicino, qui c’è il video.

Credits: foto e video miei e di Opella

10 cose buonissime da fare a Cagliari

dinosauri a CagliariMi rendo conto ora che non ho mai parlato di Cagliari.

Forse perché è una città che non fa rumore. Sta lì, tranquilla, placidamente affacciata sul Mediterraneo, e in genere nessuno si aspetta niente di preciso da lei.
Invece, a guardar bene, ha una lunga storia, ancora leggibile sulla sua topografia, fenici, romani, pisani, spagnoli, e poi il mare, dall’altra parte, che sbarra la strada a sud.
La via principale si chiama via Roma come in tutte le città d’Italia, ma qui ha il pregio di sfumare in un porto di una certa eleganza, nonostante i traghetti e le navi crociera che lo frequentano con assiduità.

Poi i vicoletti dietro il porto risalgono pian piano verso la parte antica, il Castello, il quartiere che un tempo ospitava i nobili, arroccato su una delle sue tante colline, e adesso ospita ancora una serie di viste memorabili dagli alti bastioni. Toccato il suo apice verticale, la città si distende e si spande in tutte le direzioni, e più ci si allontana dal centro, come sempre, più si allenta il legame con il passato, ma non con i parchi di cui è disseminata, non con il mare, che si raggiunge velocemente da ogni parte, non con il vento, che è sempre dappertutto come solo lui sa.

Ma soprattutto è un posto dove si mangia molto bene.

Ho preso nota delle mie attività food preferite a Cagliari, in caso quest’estate passiate di là.

1) Comprare il pesce al mercato di San Benedetto
C’è un intero piano, quello interrato, dedicato al pesce, freschissimo e a prezzi commoventi. Alla sofferenza di scegliere – perché se dessi retta mi comprerei ogni volta tutto il mercato – si affianca il piacere di comprare, tornare a casa, invadere la cucina dei miei e celebrare come si deve il mio bottino ittico. La meraviglia.

Mercato di San Benedetto, Via Cocco Ortu, 50.
Orari di apertura: dal lunedì al sabato, 7-14.

2) Pranzare al sole da Dal corsaro o al Fork.
Il ristorante dello chef Stefano Deidda ha due anime: il ristorante gourmet, Al Corsaro, e il bistrot, il Fork, con proposte più semplici ma sempre di livello altissimo. Nelle belle giornate, che a Cagliari sono parecchie, mi piace mangiare sui tavolini fuori, possibilmente con vista mare.

Dal Corsaro, Viale Regina Margherita, 28.
Orari di apertura: dal lunedì al sabato 12–15, 19–23.

3) Mangiare la carbonara di mare di Pomata
Nella stessa via, pochi passi più avanti, c’è anche il ristorante di Luigi Pomata. Carlofortino, ha un menù incentrato quasi esclusivamente sul tonno – e che tonno, perdinci! La cucina ha un tocco creativo di ispirazione nipponica: c’è molto crudo, una scelta di ostriche davvero notevole e in assoluto la migliore carbonara di mare che abbia mai mangiato. Eh.

Luigi Pomata, Viale Regina Margherita, 14.
Orari di apertura: dal lunedì al sabato 13–15, 20–23.

4) Bere un calice di vino da Cucina.eat
Bistrot gourmet con una cantina strepitosa, ambiente elegante ma informale, Cucina.eat è sia un punto di riferimento che una certezza: quella di bere benissimo. Nel piccolo piccolo shop si trovano pasta, salse, conservati, ma anche attrezzi di cucina, libri, spezie e naturalmente vini, tutto di altissima qualità. A marzo ho avuto il piacere di organizzare con loro una bella cena letteraria legata a Sesso, droghe e macarons  e sto scrivendo il nuovo libro praticamente solo per avere la scusa per ripetere.

Cucina.eat, Piazza Galilei, 1.
Orari di apertura: dal lunedì al sabato 10.30-15.30-17.30-23.30.

5) Scegliere una bottiglia da Biondi
Enoteca con piccolo shop di formaggi, salumi, biscotteria e alimentari di qualità italiani e stranieri, come foie gras e caviale. Molto accurata la selezione di champagne (una passione del proprietario) e di vini francesi. Organizzano spesso degustazioni e aperitivi molto interessanti. Un posto piacevole e un proprietario cordiale e prodigo di suggerimenti preziosi.

Enoteca Biondi, Viale Regina Margherita, 83.
Orari di apertura: dal lunedì al sabato 10–14, 17–21.30.

6) Prendere un aperitivo alla Bottega di Cibele 
Ottimo shop di prodotti di grande qualità, con un occhio alla gastronomia e uno alla cucina naturale. Interessanti anche le degustazioni, pensate sempre con l’intento di far conoscere piccole eccellenze locali. Fanno anche un aperitivo molto carino: calice di prosecco + tagliere di salumi selezionati da loro. C’è anche il capocollo de le Santorine, per dire.

La bottega di Cibele, Via Puccini, 3a.
Orari di apertura: dal lunedì al venerdì 8.30-20.30, sabato 08.30–13.30, 17.30–20.30.

7) Mangiare un gelato da Aresu
Una gelateria in centro, ma da scovare, che accosta gusti classici splendidamente declinati (zabaione, mandorla) a gusti più arditi o insoliti: latte di rosa, tzatziki, basilico con pistacchio, finocchietto selvatico, more di gelso etc.
Per quanto mi riguarda, il suo gelato al pistacchio è il migliore di sempre.

Il gelato, Corso Vittorio Emanuele II, 244.
Orari di apertura: dal martedì al venerdì 13:45–22:30, sabato 12–14, 17–23:15, domenica 12–14, 17–22.

8) Bere un drink al tramonto al libarium
I loro drink sono discreti, ma la location è spettacolare; i tavoli sul bastione di Santa Croce hanno una vista sulla città incantevole, e quando arriva il tramonto, la bellezza è quasi insostenibile. Meglio avere un po’ d’alcool a portata di mano.

Libarium Nostrum, Via Santa Croce, 33.
Orari di apertura: dal martedì alla domenica 7.30-2, d’estate tutti i giorni.

9) Scegliere un tè da Theophile
A un’ottima selezione di tè si accompagnano cioccolati speciali, biscotteria francese, ma anche marmellate, creme, salse, composte, tapenade, oltre a teiere, tazze, filtri e tutto l’occorrente per un signor tè. Che io sappia, è il posto migliore in città per gli amanti della Camellia sinensis.

Théophile, Piazza Gramsci, 9.
Orari di apertura: dal lunedì al sabato 09–13, 17–20.

10) Pranzare in spiaggia
Una di quelle cose che per i cagliaritani è scontata e per chi non ci sta più è un lusso straordinario. Dalla città andare a pranzo al Poetto, la lunga spiaggia di Cagliari, è un attimo: diversi chioschetti aprono tutto l’anno, e se siete fortunati, in stagione, potreste trovare anche una discreta pasta ai ricci. Ma anche un’insalatona con tonno in scatola, con quel panorama, si avvicina molto alla mia idea di felicità. A patto che sia senza mais, però.

Lungomare Poetto, su Google Maps

Bon, vado: non so come, ma curiosamente mi è venuta fame.

Mangiare cucina giapponese autentica a Milano: tutti i ristoranti

Anche Barbie è interessata a mangiare cucina giapponese autentica a Milano.Ho visto la gente della mia età andare via verso all-you-can-eat pieni di sushi fatto col riso caldo e pesce tagliato con l’accetta; ho visto persone cercare sashimi su menù voluminosi, nascosti tra gli involtini primavera e il trancio di spada; ho visto genti entusiaste di locali in cui “ti strafoghi di sushi e spendi meno che in trattoria”.

L’amore (quasi) universale per la cucina giapponese è la chiara prova che l’umami è veramente uno dei cinque gusti fondamentali e non uno dei tanti vocaboli trendy del gergo foodie.

C’è questo problema, però. Che magari mangiate pure umami, ma non è cucina giapponese.

Il Washoku, è patrimonio dell’umanità dell’UNESCO e ha caratteristiche molto precise, tra cui un’altissima qualità degli ingredienti

Mangiare cucina giapponese autentica a Milano si può, e molto più che nel resto d’Italia. Abbiamo sushi & sashimi,  il Wagyu, la pregiatissima carne bovina giapponese, ramen e gyoza, e di recente anche lo street food, onigiri e okonomiyaki in testa.

Attenzione, però: si stima che circa il 95% dei ristoranti giapponesi siano di gestione cinese, per cavalcare l’innegabile domanda di sushi, senza la conoscenza di cultura, ingredienti e tecniche che uno chef giapponese con un training di anni ha.

Riconoscere la maggior parte dei finti ristoranti giapponesi è piuttosto facile, peraltro.

1) Materia prima costosa=no low cost
L‘all-you-can-eat, il paese dei Balocchi dei golosi di umami, infatti, ha questo piccolo inconveniente: che i ristoratori devono guadagnarci qualcosa, al netto delle tasse, dei costi della materia prima e del personale. È vero, ci sono tanti trucchi per abbassare i costi, dai maki gonfi di riso, con meno pesce possibile, ai ripieni scadenti (vedi preparati al gusto di granchio, i.e. surimi), sino al riciclo creativo degli avanzi, sushi fritti in testa. Tuttavia, pagare una cena come un piatto medio di sushi misto dovrebbe insospettirvi. Sempre.

2) Marcata tendenza fusion 2-3 cucine sullo stesso menù
Se in uno stesso locale potete ordinare sia sushi che pizza, non siete finiti in paradiso: si è davanti alla classica, e perché no intelligente, offerta cinese, più ampia possibile per venire incontro ai gusti di tutti e accontentare intere generazioni. A me, per esempio, quando ero giovane, una volta ha risolto un pranzo domenicale in famiglia.
Però, repetita iuvant: sarà anche umami, ma non è cucina giapponese.

Last but not least, visto che adoro la cucina giapponese, ho pensato di mettere assieme un elenco aggiornato di locali dove si mangia autentico giapponese a Milano. La metto qui di seguito, ché magari interessano anche voi.

Itadakimasu いただきます

***Disclaimer: Poiché non li ho provati tutti personalmente, ho chiesto ad amici giapponesi ed esperti di cucina giapponese un parere su questi locali: i giudizi non sono tutti miei e non hanno in nessun caso la pretesa di essere definitivi.

RISTORANTI
Basara milano – sushi pasticceria
Via Tortona 12
Corso Italia 6
Chef: Hirohiko Shimitzu
Un locale dalla curiosa doppia vita, pasticceria e ristorante, consigliatomi per il sushi da diversi amici giapponesi. Ho avuto modo di constatarne la qualità. Prezzi medi.
Fukurou
Via Antonio Trivulzio 16
Chef: Ninomiya Yoshikazu
Mi è stato segnalato come uno dei locali di riferimento della comunità giapponese per il sushi, oltre che per il sake e altri piatti. Prezzi medio-alti.
Iyo
Via Piero della Francesca 74
Chef: Haruo Ichikawa
Unico stellato giapponese a Milano. Locale elegante, alta qualità, cucina autentica giapponese con qualche variazione fusion. Prezzi alti.
J’s Hiro
Via Carlo Vittadini 7
Proprietà giapponese, ma staff filippino. Non è in cima alle preferenze dei miei amici. Prezzi medio-alti.
Mi-To sushi bar
Via Cagnola 6
Chef: Katsurashima Masakazu
Noto sul web per i post it all’ingresso che qualcuno ha trovato aggressivi, ha invece idee graziose (il menù disegnato a mano, la musica jazz in sottofondo) e piatti discreti anche se con qualche incertezza. Prezzi medio-alti.
Poporoya
Via Bartolomeo Eustachi 17
Chef: Hirazawa Minoru, detto Shiro
Il primo sushibar di Milano, sempre molto affollato, specie di giovani milanesi. Non in cima alle preferenze dei miei amici. Prezzi medi.
Nozomi
Via Pietro Calvi 2
Me l’hanno segnalato come locale ottimo per la cucina casalinga giapponese, tra cui i ramen. Prezzi medi.
Oasi giapponese
Via Privata Raimondo Montecuccoli, 8
Chef: La signora Oshima e suo figlio Keita
Locale spartano che offre sushi, ma anche molti piatti casalinghi, da mangiare in loco o take away. Prezzi medio-bassi.
Omacasé Sushiteca®
Corso Cristoforo Colombo 1
Chef: Sho
Locale inaugurato a luglio scorso, ho trovato buono il sushi. Mi è parso di buona qualità. Prezzi medio-alti.
Osaka
Corso Garibaldi 68
Chef: Ikeda Osamu
Uno dei più antichi e tradizionali giapponesi a Milano, molto amato dalla comunità giapponese, praticamente per molti è una certezza. Prezzi alti.
Saketeca
Via Piave 5
Un locale interamente dedicato al sake dove si mangia anche cibo da osteria giapponese. Lo chef non è specificato sul sito, ma dicono che sia di origine giapponese. Prezzi medi.
Sushi B
Via Fiori Chiari 1A
Chef: Niimori Nobuya
Ambiente raffinato e cucina giapponese con un tocco di fusion. Anche questo locale mi è stato segnalato per la qualità del sushi. Prezzi medio-alti.
Sumire
Via Varese 1
Chef: Takayuki Mizuno
Consigliatomi per i piatti giapponesi quotidiani e cucina casalinga, tempura e fritti. Prezzi medi.
Tomoyoshi ENDO
via vittor pisani 13
via luigi sacco 4
Ultra decennale presenza a Milano, molto tradizionale nell’aspetto e, mi dicono, gradito alla comunità giapponese per l’attenzione ai dettagli tradizionali. Qualità buona, prezzi medio-alti.
Well Kome
Via Bezzecca 1

Non troverete sushi, in questo grazioso locale, ma piatti a a base di riso (kome, in giapponese), tempura e soba, con un’iniziativa temporanea per far conoscere la gastronomia dell’area di Nagoya. Atmosfera piacevole e cordiale, offerta interessante. Prezzi medi.
Yoshi
Via Giuseppe Parini 7
Chef: Yoshi Kurio
Location raffinata, considerato uno dei migliori sushi di Milano, offre una qualità molto alta. Lo chef viene da Nobu-Armani. Prezzi alti.
Yuzu
Via Lazzaro Papi 2
Chef: Yoko Matsuda
Raro esempio di sushi chef donna (ex sous chef di Nobu), la cucina è venata di influenze Nikkei. Mi segnalano un buon sushi. Prezzo medio-alti.
FUSION
Finger’s
Via S. Gerolamo Emiliani, 2
Via Keplero 2
Chef: Roberto Okabe
Veterano della cucina giapponese fusion a Milano, grazie allo chef nippobrasiliano. Qualità e clientela celebrity. Prezzi medio-alti.
Kiyo
Via Carlo Ravizza 4
Chef: Katsumi Soga
Proprietà italiana, chef giapponese ex Nobu. Location centrale, cucina giapponese fusion, sul sito riferiscono di frequentazioni celebrity. Prezzi medio-alti.
Zero Contemporary Food
Corso Magenta 87
Chef: Hide Shinohara
Ambiente elegante e un po’ dark, in menù molto sushi con contaminazioni fusion. Prezzi medio-alti.
Wicky’s Cuisine Seafood
Corso Italia 6
Chef: Wicky Priyan
Srilankese di nascita, lo chef mette d’accordo tutti sulla sua fedeltà allo spirito della cucina giapponese, eseguita con interessanti contaminazioni fusion. È suo il mitico sushi milanese con il riso allo zafferano. Prezzi medio-alti.
WAGYU
Japanese BBQ Yakiniku Yazawa
Via San Fermo 1
Chef: Tsuyoshi Noikura
Preparazione della cucina giapponese ancora poco nota a Milano, questo ristorante è incentrato sul manzo Wagyu di eccezionale qualità preparato alla griglia al momento: un’esperienza! Ambiente raffinato. Prezzi alti.
STREET FOOD
Maido
Via Savona, 15
Via Cagnola 4, Milano
Puro street food made in Japan, con okonomiyaki, la specialità di Osaka, ma anche soba e onigiri. Prezzi medio-bassi.
Izakaya Sampei
Corso Vittorio Emanuele, 26/28
(Ingresso Largo Corsia dei Servi)
Chef: Shinichiro Kasashima
Location centralissima, ambiente curato con tocchi pop, menù molto vasto: gyoza, nabe, udon, sushi. Ci sono stata poco dopo l’apertura e mi era piaciuto, ma non ci torno da un bel po’. Prezzi medi.
RAMEN
Casa Ramen
Via Porro Lambertenghi 25
Chef: Luca Catalfamo
Chef italianissimo e appassionato, di recente invitato a servire i suoi ramen allo Shin Yokohama Ramen Museum, unico chef non giapponese della storia. Locale piccolo e lunghe code per chi arriva tardi, ma ramen molto buoni. Prezzi medio-bassi.
Za za ramen
Via Solferino 48
Chef: Brendan Becht
Proprietà giapponese e chef con esperienza internazionale, offre ramen fusion italo-giapponese che non convince tutti. Prezzi medi.

Credits: fotogragramma da Barbie Dreams of Sushi, ep. 6 di Barbie Bizarre Cooking Show.

Il cibo e i 5 sensi: una convivenza multisensoriale

5 SENSIC’è un sorta di equivoco sull’alimentazione.

Siamo tutti convinti di esercitare a pieno il senso del gusto, quando mangiamo. Ci ripetiamo annuendo i Grandi Classici della Saggezza Popolare, volume 1, il Cibo: “I gusti sono gusti.” o “De gustibus non est disputandum.”, davanti al cugino diciottenne e al suo panino con mozzarella e crema di cioccolato o all’amico che giura sulla reale bontà del fast food, perché lui lo mangia proprio per suo gusto, eh?

Ragazzi, non è vero niente. Non lo dico io, lo dicono proprio i testi di neuroscienze.

Il gusto è un senso debole. La nostra lingua, anzi le papille gustative, riconoscono solo 5 gusti base: il dolce, il salato, l’acido, l’amaro e l’umami. Al limite, il nostro amico si mangia l’hamburger perché riconosce chiaramente il salato, l’acidino del cetriolo, l’agrodolce del ketchup; il resto lo fanno altri sensi, mica il gusto.

D: Ma allora tutte quelle belle sfumature di pepe del Sechzuan e cumino nero della Malesia colte all’alba da una danzatrice del ventre al suono dei suoi dieci braccialetti d’oro tinitinnanti?

Ci sono, certo. Ma non è il gusto che le coglie.

È noto e attestato in letteratura che l‘odorato arricchisca la percezione del gusto di una gamma eneorme di sfumature. La cipolla e la mela, per esempio, hanno un sapore molto simile se riuscite ad escludere completamente l’odorato.
Lo so, sembra incredibile; tuttavia, se tenete conto che iniziato questo paragrafo con un’espressione di rigore scientifico, vi renderete conto che niente è impossibile, a questo mondo.

Tornando al nostro hamburger, se al nostro amico piace con una bella manciata di cipolla cruda, è principalmente col naso che se lo sta gustando. Non vi è mai capitato di sentire un’odore invitante e produrre litri di saliva in automatico, prima ancora di formulare compiutamente il pensiero: “Chissà se se riesco a distrarl*?”

L’odorato la sa lunga. Siamo noi che non ci rendiamo conto di quanto lo usiamo. Provate a mettere un po’ di zucchero e cannella in una fialetta a chiusura ermetica e assagiatelo prima a naso chiuso e poi a naso aperto: vedrete che differenza.

La vista, invece, è l’equivalente algido e razionale dell’odorato: decide da lontano se quella roba lì che sta sul nostro piatto è commestibile, se ci può piacere, e quanto. Molto spesso ci informa sulla sua temperatura e sulla sua consistenza, ma non sempre ci azzecca, proprio perché si basa solo sulle apparenze. Il fumo vuol dire che il piatto è caldo, ma potrebbe anche significare che c’è una sigaretta accesa in posacenere lì vicino, per esempio.

La vista si occupa  solo di ciò che sembra, che poi è il cuore del mio lavoro da food stylist: creare del cibo che seduca irrimediabilmente la vista, che la convinca della bontà di quel cibo, approfittandosi biecamente della sua sicumera. Che poi è la stessa ragione per cui ci sono enormi foto di hamburger in bella vista nel negozio: in modo che il vostro amico li veda, li desideri e cominci a salivare.

E l’udito? Sembra stia lì zitto e buono, ma anche lui fa parte della banda, anche lui influenza la nostra percezione del gusto. Mettiamo che dopo l’hamburger il vostro amico, ormai anche un po’ mio, si stia sbafando una porzione di patatine fritte.

A seconda di quanto fanno crock, le percepirà più buone. Calde, croccanti, salate: tra tutti questi stimoli, il gusto passa completamente in secondo piano. Idem con le bevande gassate: il nostro amico pensa di percepire un gusto ma in realtà è un complesso di sensazioni: tattili (gas + temperatura), auditive (sempre il gas), olfattive (aromi vari) e solo in minima parte un’esperienza gustativa (il dolce).

Anche qui, non invento nulla, benché riporti con evidente divertimento. C’è un famoso esperimento, di Zampetti e Spencer, durante il quale, ad un gruppo di volontari, sono state somministrate delle patatine un po’ stanche di vivere. Metà del gruppo è stato sottoposto all’ascolto di alcune modulazioni sonore, l’altra metà no. Indovinate un po’? Il primo gruppo ha valutato le patatine più buone del secondo. Insomma ci si mette anche l’udito a confondere le acque.

Ma non è finita qui.

Il senso più sottovalutato di tutti, anzi misconosciuto, è il tatto. Sì, le sensazioni tattili dentro la bocca, sul palato, sulla lingua, sono spesso percepite come un tutt’uno con il gusto. Quante volte avete sentito parlare di un sapore cremoso? Di un gusto fresco? Di un gusto morbido? Ecco, diciamolo: queste qualità non sono gustative: sono tattili.

Molto spesso crediamo di esercitare il gusto e invece stiamo usando soprattutto il tatto. Nell’ hamburger, per esempio, che ormai è un po’ nostro, non più solo dell’amico: noteremo la consistenza del pane soffice, la carne tiepida e più consistente, il formaggio fuso, se c’è, morbido e cremoso, il fresco della lattuga e del pomodoro.

A ben guardare, tutta la grande famiglia del comfort food ha in comune consistenze molto piacevoli al tatto, accompagnate da gusti forti, netti, ben riconoscibili: è a questo mix di piacere sensoriale e familiarità, a mio parere che dobbiamo il reale, innegabile, effetto di conforto.

E quindi? A cosa ci serve sapere tutto questo?

Prima di tutto, ci spiega che tipo di stimolazione ricerchiamo nel cibo. Ho notato che spesso al gusto si accompagna un senso dominante, e immagino si possa allineare alla divisione in cenestesici, auditivi e visivi della PNL: i primi con olfatto o sensibilità tattile spiccatissima; i secondi attenti al côté sonoro del cibo, gli ultimi più sensibili all’aspetto del piatto. Quel senso nascosto dietro il nostro gusto è spesso una delle chiavi delle scelte che facciamo.

Si può vivere benissimo anche senza saperlo, ovviamente, mangiare per gratificare i sensi, con intento più o meno consciamente consolatorio. Tutto questo, però, è molto diverso dal dare al nostro organismo quello di cui ha davvero bisogno (che può essere, magari, di cibo croccante ma non di chips), am anche da un pieno esercizio del gusto.

Saperlo, è gettare un ponte tra il consapevole e l’inconsapevole: un allargamento di visione, che, come tutta la conoscenza nella vita, serve a mettersi in grado di scegliere bene, capire meglio noi stessi, gli altri e persino quell’amico amante degli hamburger.

Sempre che dopo questo post mi parli ancora.

Credits: un cortese ringraziamento a Jacaranda Swaroski, che si è prestata a fare da modella a questa simpatica infografica in colori moda.

Save me a slice. Breve riflessione sul cibo nelle canzoni rock.

rock_stars_eating_breakfast-570x285Tra le mie passioni, il rock e il cibo si contendono le primissime posizioni.

È stato quindi istintivo andare a curiosare là dove le due cose si intersecano, ovvero su come i brani rock parlino di cibo.

Per prima cosa, colpisce che i rocker, a dispetto della loro fama di uomini rudi e duri, abbiano una marcata propensione ai dolci.

I pezzi di cui andremo a parlare, infatti, sono un vero e proprio tripudio di glucosio.

Prendiamo la pie, una sorta di crostata farcita, estremamente popolare nell’epoca d’oro del rock.

Bob Dylan impazziva per la Country Pie, farcita in qualsiasi modo (strawberry, lemon and lime/What do I care?/Blueberry, apple, cherry, pumpkin and plum/Call me for dinner, honey, I’ll be there), i Beatles scrissero una bizzarra canzone d’amore per la Wild Honey Pie e persino rocker rotti a tutto come i Led Zeppelin supplicavano una certa gentil donzella di tener loro da parte una fetta della tradizionalissima ma evidentemente memorabile Custard Pie, la crostata alla crema.

Anche il gelato sembra godere di una certa popolarità. I rocker ritenevano, e non a torto, che fosse particolarmente gradito alle ragazze, quindi ne promettevano generosi assaggi.

L’Ice Cream Man di Tom Waits vantava un gelato “so good it’ll blow your mind”, “così buono che ti farà impazzire”, oltre che comodamente consegnato a casa, mentre il gelataio dei Van Halen, Ice Cream Man, partecipa alla competizione con un assortimento di gusti “guaranteed to satisfy”.

Lo zucchero stesso è una pietra miliare del rock.

Da Brown Sugar, lo zucchero di canna, dei Rolling Stones in poi, il glucosio monosaccaride era popolare principalmente per una ragione incontrovertibile: “it tastes so good”, perché è buono. Non fa una piega.

Potremmo anche citare i Def Leppard che imploravano di venire ricoperti di zucchero, ma per comincia ad essere un tantino troppo anni ’80. Non so se ce la faccio.

Anche le Pesche con la Panna, peaches and cream, assieme in una fresca ricetta estiva o in separata sede, compaiono in molte canzoni, dalla Steve MillerBand a Beck, mentre il solito Prince che non si risparmia mai, quando ancora non era TAFKAP, aveva composto addirittura due canzoni diverse: una Peach e l’altra Cream.

C’è però un’eccezione salata, in questo mare di zucchero, l’hot dog.

I Led Zeppelin ci hanno scritto su un pezzo nel ’79, purtroppo strumentale, ma David Lee Roth è stato un po’ più loquace con Hot Dog & a Shake, in cui cerca di convincere una ragazza e il suo languorino che ciò di cui ella ha bisogno è un hot dog e uno shake, offre lui.

Boh. Dicono tutti che il cibo nelle canzoni rock sia un continuo di doppisensi sessuali.

Non capisco perché.

Credits: collage da mrbreakfast.com