Generatore automatico di schede di vino

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Mesolone di Tenuta Fratel Ghiottone alla Sciabola

Un vino sorprendente e ironico che piacerà soprattutto ad attenti artisti alla moda, nonostante le aspettative create da una comunicazione un po’ audace.

Note sensoriali:

Colore: granata incerto con sfumati riflessi solari.

Profumo: seducente e caldo, struggente, dai sentori di fava, trifoglio irlandese, fiori di ciliegio, pere decana, accenni di mele cotogne e ginger candito.

Gusto: baldanzoso e elegante, quasi archetipico; note di miele e arancia amara si affiancano a richiami di frutta sciroppata, lupini dolci e erba tagliata che sfumano verso aromi di ortica, e un retrogusto lieve, appena percettibile, di sopressata.

Abbinamenti:
Particolarmente indicato per i piatti a base di verdure crude, patè di erbe amare con idrolati vegetali o torte sfogliate al profumo di frangipane glacé.

Bonus:
La ricetta perfetta per questo vino
Il sonetto per accompagnare la degustazione
La recensione già pronta del ristorante in cui lo berrai

Dall’Alberghiero-Chic al Food Porn. Breve storia del food styling.

Ero lì un pomeriggio a scartabellare beata la mia collezione di libri di cucina, quando mi caddero gli occhi su di lui.

Una riedizione del mitico Pelleprat datata anni ’60.

Oh, gaudio! Oh, gioia! Oh, tripudio! Una pletora di foto meravigliose e improponibili si stagliavano senza vergogna  davanti ai miei occhi.

Peraltro, a loro favore, va detto che erano facilmente databili senza l’ausilio del carbonio 14.

Il loro stile rispecchiava in pieno l’epoca della produzione. I suoi cliché sul bello.

La tentazione era troppo ehm… golosa. Non ho resistito. Ho tracciato una frizzante storia del Food Styling, seria ma non troppo e lunga il giusto (cioé poco).

Anni ’60: L’alberghiero-chic.

Chissà cosa avevano negli anni ’60 con gli alberghi. Nell’immaginario collettivo, rappresentavano l‘epitome dell’eleganza, il non plus ultra dello chic.

Dovendo fare dei piatti sublimi, doveva essere sembrato normale volgersi in quella direzione.

Vassoi sontuosi, piatti algidi e inarrivabili, esecuzioni dettagliatissime, ripetitive ed estremamente complesse. Il bello era pericolosamente vicino alla nevrosi ossessiva (vedi foto sopra).

Anni ’70: Il ritorno a casa.

Gli anni ’70 sono invece un periodo di transizione.

I piatti lasciano l’albergo di lusso e tornano a casa, senza però riuscire a liberarsi da certe rigidità.

Compaiono comunque ambientazioni più casalinghe e piatti che potremmo avere tutti quanti dentro la credenza.

Ahimoi, l’idea di bello è ancora associata ad una rigida ripetizione di schemi.

La buona notizia è che ci sono ampi margini di miglioramento.

Anni ’80: L’Übercasalingo.

Mentre per strada trionfa l’apologia del fast food, sui libri si celebra il casalingo.Anzi, l’Übercasalingo.

Affinché nessuno dubiti che i piatti sono stati fotografati nel bel mezzo di una vera cucina indaffarata, negli anni ’80 ci si fa un punto d’onore nel mettere tutti, ma proprio tutti, gli ingredienti della ricetta attorno al piatto.

L’aria domestica è indiscutibile (e anche un po’ ansiogena), ma piace così, o così pare.

I libri di cucina comunque cominciano a vendere parecchio, e forse si scambia l’interesse del pubblico per i libri con l’apprezzamento per questa estetica.

La variante autoctona italiana, il suorgermanesimo, si è comunque piantata nell’immaginario comune, perché la troviamo impunemente ancora oggi in tante pubblicazioni/libri food di largo consumo.

Anni ’90 – L’estetica delle Briciole e la nascita del Food Porn.

La rivoluzione arriva dall’America: Martha Stewart Living nasce nel 1990.

Non è un giornale qualsiasi: è il Sacro Vangelo della Scuola dell’Estetica delle Briciole, nota anche come dell‘Imperfetto Chic.

Date un’occhiata ai pregevoli esempi qui sotto.

Già. Quelle briciole così naturali attorno alla torta, quella colata di cioccolato così impertinente e sbarazzina sul ciambellone, sono false come una banconota da 15 euro.

Verosimili, ma false.

L’Imperfetto Chic è studiatissimo.

Ed è anche il papà di un simpatico fenomeno degli ultimi decenni: il food porn.

Quelle imperfezioni, la briciola, la colata di salsa, sono tanto belline, sì, ma non solo. Sono anche la prova razionale dell’autenticità di quel cibo, della sua bontà.

E quindi della sua desiderabilità.

“Hey, sono del vero cibo succulento. E sono qui solo per te!”

Tutto questo con lo scopo di stimolare le reazioni fisiologiche tipiche della razza umana davanti al cibo. L’acquolina in bocca. L’istinto di allungare la mano per tirar su quella goccia di salsa o quella briciola che, hey!, vuole proprio te.

Insomma tutto, fuorchè lasciarvi indifferenti.

Ma la coraggiosa ricerca su questo tema scabroso non finisce qui.

Alla prossima puntata.

Credits: la foto anni ’60 è da H. P. Pelleprat, L’arte della cucina, 1964, Editions Rene Kramer, quella anni ’80 da Ricettario italiano, Demetra; il finto anni ’70  da DailyMail.co.uk; i dettagli foto da MarthaStewart.com

Generatore automatico di sonetti (omaggio a Queneau)

Questo generatore automatico di sonetti è ispirato a Cent Mille Milliards de Poèmes, il libro di poesia combinatoria di Raymond Queneau, costituito, appunto, da 10 sonetti di 14 versi ciascuno, combinabili tra loro: equivalgono a 1014 (100 000 000 000 000) potenziali poesie, da cui il titolo.

Ci lavoro da un po’, ma lo pubblico oggi, in occasione dell’anniversario della sua nascita. Forse qualcuno avrà notato una lieve influenza di Queneau sul mio operato 🙂

Nota: Le scelte lessicali sono zuzzurellone, in pieno stile queneauiano. Lo schema rimico è invece quello classico: ABBA ABBA CDE EDC.

Fate refresh per un nuovo sonetto!

Il nostro primo incontro
(non è andata benissimo)

Quel dì la luna era funesta.
Guidando di cavalli un cocchio,
ti scorsi riflessa in uno specchio,
ballando bella e gambalesta –

tu, ridente come scena agresta!
Io sento i rintocchi del batacchio,
tu sorbisci un cocktail con risucchio;
io t’invito ad abbassar la cresta.

Tu mi scacci con forza di poiana!
Ti sembro ‘n bellimbusto neghittoso?
Per amor tuo m’avvampa già’l febbrone!

Volevo mostrarti il mio blasone!
È stato il cameriere iroso
ad infilar al can la tua collana!

Food Design | Gioielli di zucchero

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Tutta colpa del progetto di food art Love Letters 4 Xmas.

Con la ricerca che ho fatto in quel periodo, ho finito per innamorarmi dello zucchero. della sua texture, dei suoi colori, di come prende la luce, e insomma, mi è venuta voglia di giocarci un po’.

Il progetto Gioielli di zucchero è nato così: per puro desiderio di sperimentare, ed è tutt’ora un work in progress, che conto di portarmi avanti ancora per un po’.

Vedremo dove arriverà.

Curioso, in tutto questo, che a me i dolci piacciano molto poco, e lo zucchero da solo per niente.

Eppure sui dolci ci ho scritto un romanzo e continuo ad amarne la resa fotografica sopra ogni cosa. Ma visto l’impatto dei glucidi sulla fisiologia umana, direi che questa mia indifferenza è davvero una manna 🙂

Il progetto continua su Instagram.

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Generatore automatico di recensioni di ristoranti

dino2Dopo che mi sono messa in pari con le ricette, con il generatore automatico di ricette creative, oggi mi metto in pari anche con le recensioni di locali.

Secondo i miei calcoli, con questo generatore e le sue 23.876.907.765 combinazioni dovrei stare a posto sino al 2034. Peraltro, per allora i blog saranno distribuiti con onde sub-eta direttamente nell’area del cervello deputata alle opinioni temporanee, quindi potrei pure sbilanciarmi con un bel per sempre.

Come sempre, da queste parti, si fa per celiare!

Fate refresh se ne volete un’altra.

Guida galattica alla salsapariglia

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Adatto per: portare a cena il nonno ottantente
Prezzi: ortogonali ma svolazzanti.

Lo chef rifrigge una cucina spigolosa e domestica, che sussurra, invece, la sua preparazione decennale, con risultati oscuramente mistici.

Il servizio è minimale con episodici momenti di scortesia.

L’ambiente è del genere stiloso–stiloso con prevedibili finestroni avveniristici disegnati dal noto studio architettonico che ha studiato il restyling del MOMA.

Nel complesso, il locale dovrebbe cercare di far disegnare le divise ad uno stilista di pregio, se desidera costruirsi una fama più cosmopolita.