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Generatore automatico di versioni migliorative di “Quello che le donne non dicono”, la nota canzone.

Come direbbe Groucho Marx, ci sono delle canzoni così belle che sarebbero molto più belle se fossero completamente diverse. 

Quello che le canne non ducono

Ci fanno allegria certe lettere d’amore,
Figliole che restano con noi.
E non brindiamo, via!
Ma nascondiamo del vigore
Che pigola, lo sentiremo poi.
Abbiamo troppa aritmia, e se diciamo una bugia
È una mancata levità che prima o poi succederà
Cambia Trento ma noi no
E se ci scherziamo un po’
È per la voglia di crociere di chi c’è già o potrà arrivare a stare con noi

RIT.

Bramo così:
È difficile sfiammare
Certe giornate a espiare, lascia stare,
Tanto ci potrai lodare qui
Con le nostre botti bianche
Ma non saremo cianche neanche quando
Ti diremo ancora un altro: “Ni.”

In fretta vanno via della bravate senza fine
Silenzio, che forgiabilità!
E lasciano una scia le frasi merendine
Che tornano, ma chi le imbroccherà?
E dalle maschere per noi
Gli acquirenti dei toyboy
Ma non li contiamo più
Se c’è chi non li fa frufrù.
Cambi a stento ma noi no,
E se ci incartiamo un po’
È per la voglia di candire chi non riesce più a ansare
Ancora con noi

RIT.

Siamo così, blandamente raccontate
Sempre più marmellate,
addobbate
Ma potrai lasciarci ancora qui
Nelle sere tempestose
Portaci delle prose
Maestose
E ti diremo ancora un altro: “Oui!”

È difficile sbarcare
Certe giornate a espiare, lascia stare
Tanto ci potrai cromare qui
Con le nostre botti bianche
Ma non saremo zanche neanche quando
Ti diremo ancora un altro: “Ni.”

Ma quindi si dice Food stylist o Home Economist?

È vero che noi food stylist siamo così pochi che non abbiamo nemmeno un job title in italiano, però ultimamente sto notando ancora confusione sul modo corretto di utilizzarlo.

Visto che si tratta del mio lavoro, ne approfitto per fare un po’ di chiarezza.

Quando ho cominciato, nei primi anni 2000, si usava indifferentemente  home economist o food stylist, ma alla fine il significato era lo stesso: colui o colei che si occupava di preparare il piatto rendendolo adeguatamente fotogenico per il set.

Capitava per esempio che, nei credits, per lo stesso tipo di lavoro, committenti simili (per es. le varie riviste femminili) indicassero indifferentemente home economist o food stylist a seconda di  preferenze legate solo alla linea editoriale.

Confesso che inizialmente ho dato per scontato che Home Economist fosse la versione sbagliata, una traduzione letterale di economa domestica, che, oltre a sembrarmi un concetto vecchissimo, evidenziava il lato meno interessante del lavoro.

Poi però, facendo un po’ di ricerche mi sono resa conto che anche in America si usava Home Economist. Il perché lo scoprii grazie a Delores Custer, autrice di Food Styling (Wiley & Sons Inc) e veterana della professione.

Nel secondo dopoguerra, più che lo styling vero e proprio era richiesta la preparazione dei piatti per le riviste di cucina o per gli annunci pubblicitari, piatti che molto spesso fungevano da modelli per gli illustratori. Questi posti erano riservati alle donne in possesso della laurea in Home Economics. Esatto. Le Home Economist.

Con la successiva trasformazione delle riviste, in cui le illustrazioni furono soppiantate dalle fotografie, si rese necessaria una nuova figura professionale che preparasse i piatti per il set fotografico. Queste nuove professioniste vennero chiamate Food Stylist.

Volendo fare i precisi, quindi, Home Economist è un termine scorretto, e, a mio parere, anche un po’ passatista, anche se questo non impedisce che lo si usi ancora, e pure con una certa pervicacia.

Il problema temo che stia proprio nel fatto nella terminologia inglese. Suona bene, ma alla fine non tanti capiscono esattamente cosa voglia dire.

Mi sta capitando, anzi, di notare una confusione sempre maggiore.

A volte mi sono stati proposti lavori da food stylist che in realtà erano da art buyer/ prop stylist per lavori food. Il ragionamento, suppongo, è che un* prop stylist che si occupa di food diventi un* food stylist.

Non mi risulta.

Un* prop stylist che fa food, resta un* prop stylist.

Un* food stylist può anche segliere piatti e tovaglioli, ma continua ad essere quell* che si occupa di ciò che sta dentro il piatto (o sul tagliere, o sulla teglia, o sul tovagliolo) e che lo rende bellissimo per il set fotografico.

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Nella foto, il Dragon Double Body Lifting.

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Inchiesta: quali superpoteri servono per fare la food stylist?

Non so se lo sapete, ma il food styling è il tipico lavoro per cui sono necessari dei superpoteri.

Non ci credete? Vi tratteggio subito i principali.

Superpotere #1: la vista a raggi X

Gli umani rispondo a dei comandi atavici. Il cibo è uno di quelli. Sfortunatamente è anche il componente principale del lavoro di food styling.

Ora, se lavorate in un ufficio qualsiasi, nessuno si aggirerà attorno alla vostra scrivania cercando di rubarvi quel report a cui state lavorando da due settimane per mangiarselo. A noialtri, sì.

Quello che gli altri recepiscono come cibo, con conseguente salivazione e succhi gastrici, per un* food stylist è l’equivalente di quel file excell che avete salvato stamattina, di quella presentazione che state mettendo assieme proprio in questo momento.

La vista a raggi X è vitale per preservare il lavoro presente e assicurarsi di poter svolgere anche quello futuro, evitando ritardi negli scatti o nelle riprese per via dell‘inopportuno languorino di qualcuno che non capisce la differenza fra cibo e cibo-non-cibo.

Qualcosa tipo il senso di ragno di Spiderman.

Sarà utile tuttavia anche per individuare il microgranello di pepe sullo sfondo a sinistra, che sbilancia irrimediabilemente la composizione (autocit.)

Superpotere #2: l’invisibilità.

Questo è decisamente il superpotere più importante: il lavoro del food stylist non deve farsi notare per definizione.

Cioè, quando il piatto sembra appetitoso in modo naturale, allora il lavoro è stato fatto bene. La presenza di un* professionista che si occupa di costruirlo nel modo più adatto al set fotografico non si deve intuire, così come un* brav* stylist sceglierà abiti che la celebrity di turno sembra aver spontaneamente scelto dal suo armadio la mattina.

Poi, certo, questa particolarità continua a trarre in inganno qualcuno, che si ostina a considerare il food styling solo una prova lampante della pigrizia del fotografo.

Del resto che ci vuole a portare il piatto sul set, che diamine? Due passi gli fanno pure bene!

Secondo costoro, per esempio, Jamie Oliver lavora senza food stylist, butta lì spontaneamente il cibo sui piatti in maniera carina. La cosa interessante è che invece ha tre food stylist che lavorano a quell’effetto naturale. Che sì, è solo un effetto, voluto e cercato.

Non è ovvio, peraltro. Però basta passare poco tempo sul set per capirlo. Il processo di preparazione dei piatti richiede parecchio tempo. Preparare luci e set, altrettanto. Ha perfettamente senso che ci siano professionisti diversi a occuparsene. Specie se si vuole terminare il lavoro in tempi sensati.

Per questo, accolgo sempre con piacere gli inviti delle scuole di fotografia e delle associazione fotografica di raccontare cos’è il food styling e a cosa serve. Per chi vuole lavorare non mondo della fotografia food, perché è utile capire le dinamiche di un vero set, ma anche per chi,  semplicemente, vuole capirne di più.

Generatore automatico di schede di vino

……

Alburno di Rocca Arcolaio alla Sassaiola

Un vino rilassato e beverino che piacerà soprattutto ad abili professionisti metropolitani, nonostante le aspettative create da una comunicazione un po’ audace.

Note sensoriali:

Colore: rosato chiaro con curiosi riflessi bruniti.

Profumo: elegante e intenso, sfuggente, dai sentori di alchechengi, zucchero muscovado, fiori di caprifoglio, mele granny smith, accenni di visciole e litchi candito.

Gusto: grintoso e espressivo, quasi asincrono; note di miele e pompelmo si affiancano a richiami di marzapane, lupini dolci e fieno che sfumano verso aromi di catalogna spigata, e un retrogusto lieve, appena percettibile, di broccolo.

Abbinamenti:
Particolarmente indicato per i piatti a base di crostacei mediterranei, omelettes di erbe amare con fave di cacao o paste sfogliate al gusto di caramello siphonné.

Bonus:
La ricetta perfetta per questo vino
Il sonetto per accompagnare la degustazione
La recensione già pronta del ristorante in cui lo berrai