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Food art | Love Letters 4 Xmas: tutto il progetto

Da tempo ho voglia di sperimentare sulla food art. Usare il cibo non solo per preparare ricette, ma anche per evocare mondi solitamente lontani dalla cucina, almeno in apparenza. Farci cose belle, come faccio da parecchio con il food styling, ma tipo molto di più.

Questo, e il mio sempiterno amore per la parola scritta, anche se dalla frase precedente non si direbbe.

Dalla fusione di questi due elementi è nato il desiderio di rendere commestibili le parole. O meglio, sin da quando ero bambina penso che le parole abbiano un colore, una consistenza, un sapore. Che poi, del colore, lo dice anche Rimbaud in Voyelles, Vocali.

A noir, E blanc, I rouge, U vert, O bleu, voyelles,
Je dirai quelque jour vos naissances latentes.

(A nera, E bianca, I rossa, U verde, O blu: vocali,
Io dirò un giorno delle vostre nascite latenti.)

Non sono d’accordo sulle sue scelte cromatiche (vedete anche voi che la A è rossa e la E è verde, vero?), ma il principio è identico. Del resto stiamo parlando di sinestesia, non di una scienza esatta.

Comunque, dicevo, per me, scrivere è, certo, creare bilanciamenti di senso, ma anche di colore, di sapore, di consistenza, benché immaginari. Mettermi a creare delle parole edibili era solo questione di tempo, a pensarci bene.

Il momento propizio è poi arrivato all’inizio di dicembre: ho invitato, piuttosto istintivamente, 10 persone che mi sono sembrate in sintonia con il progetto, a darmi una frase da interpretare. Vincoli: massimo 38 lettere (dal giorno dell’inizio + quello della fine, 13+25 dicembre, sino a Natale) e che fossero delle Love Letters, cioè un messaggio positivo. Io mi son tenuto apertura e chiusura.

E insomma, tra lo stupore per le adesioni entusiaste, l’emozione di avere in affido parole così belle, il regalo di una manciata di giornate di sole invernale, la meraviglia per quello che stava venendo fuori, ho avuto la scusa per sperimentare con materie, forme e colori edibili e di parlare di argomenti piacevolmente insoliti (il sacro, la poesia, la gratitudine), rischiando più volte, io che lavoro sempre per sottrazione, di diventare logorroica.

Qui sotto riporto il progetto intero con tutte i testi che ho pubblicato su facebook.

Grazie a tutti. È stato bellissimo.

grazieb

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[Love Letters 4 Xmas – 1/12]

Metto le mani avanti: non è la migliore, ma è un inizio doveroso. La frase ce la metto io: “We must risk delight.”, “Dobbiamo rischiare la meraviglia (o il piacere, o la delizia).”

L’autore è Jack Gilbert, citato da Elisabeth Gilbert in Big Magic, un libro che, per chi si è mai fatto domande sulla creatività, è la boccata di ossigeno di quando riemergi da un tuffo sott’acqua.

“Rischiare la meraviglia”. Ecco, alla fine, questo è un po’ il senso di tutte le cose senza senso apparente.

[frase su frolla con pasta di zucchero e polvere d’oro edibile]
1-12b

[Love Letters 4 Xmas – 2/12]

La frase di oggi la devo a Barbara Sgarzi: “Love loves to love love” (L’amore ama amare l’amore) viene dall’Ulisse di Joyce – e già sappiamo che non può essere una frase innocua, né tantomeno sdolcinata.

È ispirata, ma anche ironicamente inserita in un capitolo sulll’odio; è musicale, ma attraverso la ripetizione di una parola già sentita mille volte; è prosa, ma miracolosamente acquista una qualità melica, e diventa verso.

Conta certo, la materia di partenza. Ma conta molto di più quello che ne fai.

[leccalecca di zucchero con zuccherini e scaglie di oro edibile]
2-12b

[3/12 Love letters for Xmas]

la frase di oggi mi è stata suggerita da Cristiano ZioBurp, e, da musico, pesca molto appropriatamente dal titolo di una canzone: “If you love somebody, set them free” (Se ami qualcuno, lascialo libero) di Sting.

Anche questa è una frase solo apparentemente facile.
Molti amano ricordare che se appena due anni prima cantava “Every breath you take (I’ll be watching you etc.)” assieme ai Police, con questa canzone Sting ha decisamente cambiato, ehm, musica. I molti di cui sopra ne lodano altresì la saggezza, a meno che non stiano scrivendo un articolo sul Tantra, e allora ne lodano altre prerogative.

Ma non distraiamoci. Che lasciar libere le persone che ami sia un’atto d’amore, capovolge secoli di “Io-che-non-vivo-più-di-un’ora-senza-te”, va contro il senso comune anche oggi, 30 anni dopo. Forse, però, un ex frontman appena divenuto solista non intende una canzone sulla libertà solo in senso amoroso. Ci sono infinite libertà da dare e da chiedere: la libertà di lasciare impegni, lavori, band in cui non ti riconosci più; la libertà di avere opinioni diverse; la libertà di fare scelte in cui credi solo tu. Vale per il partner, vale per i figli, vale per i colleghi di lavoro, ma anche per noi stessi: la libertà di diventare ciò che siamo, come diceva Nietszche.

E ora, un po’ di cioccolato.
[tavoletta di cioccolato con lettere di brisè e glitter edibile]
3-12b

[4/12 – Love Letters 4 Xmas]

La frase di oggi me l’ha data Nina Gigante: è “Defend your sacred” (difendi ciò che è sacro per te) ed è ispirata direttamente dal movimento di Standing Rock per proteggere le terre sacre Sioux dall’oleodotto Dakota Access.

“Difendi ciò che è sacro” significa una cosa diversa per ogni persona che legge. Ma forse la vera domanda è “Che cosa è il sacro, per te?” Le verità tramandate, i luoghi che ti rimandano all’infanzia, le cose che si ripetono da secoli? Oppure La bellezza, il silenzio, la pace, lo spirito, l’armonia? Dove si trova, questo sacro? E poi: come si difende?

Per me il sacro è un mandala da (ri)costruire granello di sabbia per granello di sabbia, semino per semino. Non ci è dato molto più di questo. Ma a volte, all’improvviso, comincia ad intravvedersi un qualche disegno.

[mandala di frutta con biscotto di farro, polvere d’oro e pimento]
4-12b

[5/12 – Love Letters 4 Xmas]

La frase di oggi è un regalo di Elisabetta Artemisia Ferrari: “Da ora in poi. Il tuo futuro inizia adesso.” È una frase che proviene da un testo buddista, di cui ha perso traccia (anzi, se qualcuno ne conosce la fonte, sarebbe bellissimo scoprirlo così).

Non ci ho pensato molto: nell’istante ho letto questa frase, ho deciso che il suo tema sarebbe stato il cerchio.
Strano, o forse no: il cerchio è un simbolo denso di significati, esattamente come questa frase.
Che sottende infinite possibilità in potenza in ogni istante. Sottende l’ipotesi impertinente che esitiamo solo nel presente, il passato non c’è più, il futuro non ancora, se non nella nostra testa. Sottende persino che siamo liberi e possiamo reinventarci ad ogni istante. E le sottende tutte assieme, perché in fondo sono l’una conseguenza dell’altra, come i punti di un cerchio, di una O, di un bracciale.

Secondo la tradizione zen, solo chi ha la giusta concentrazione può tracciare un cerchio perfetto con una sola pennellata. Mi piace pensare che non sia un caso.

[bracciali di zucchero con letterine e polvere d’oro su mattonella di sale]
5-12b

[6/12 – Love Letters 4 Xmas]

La frase di oggi è di Christian Zoltar Bellomo, ed è anche la prima frase che non è una citazione, ma un saggio consiglio zoltariano: “Non dimenticarti di giocare.”

Ovvero: ricordati di lasciare uno spazio per tutto quello che ti entusiasma, o ti fa sorridere da sol* al ripensarci, che ti fa sentire caric* di energie e assurdamente felice, senza nessun motivo apparente.

Che senso hanno i giochi di ruolo, disseminare dinosauri in posti improbabili, vestirsi come in un altra galassia e fingere di essere il personaggio di un fumetto o di un film?

Riscoprire il lato bambino, dicono.
E se invece fosse il lasciare spazio, da adulti senzienti, a quella parte creativa e un po’ folle che per sbaglio abbiamo creduto giusto archiviare in un posto dove non facessero disordine, assieme ai ricordi d’infanzia e agli album fotografici? Se invece quella parte lì non fosse per nulla una parte bambina, ma semplicemente una parte umana?

Disclaimer: la barbie mi suggerisce di aggiungere che sono leggermente di parte.

[biscottini di frolla con pasta di zucchero e lettere di cioccolato]
6-12b

[7/12 – Love Letters 4 Xmas]

La frase di oggi è per Mafe De Baggis: è di E. E. Cummings e viene dalla sua introduzione ai Collected Poems: “Every answer asks a more beautiful question (ogni risposta fa una domanda ancora più bella)”. Oggi è un esperimento nell’esperimento: non solo ho interpretato la sua frase, ma l’ho anche scelta per lei. È una doppia sorpresa, insomma.

Stranamente intelleggibile per Cummings, sperimentale e poco ortodosso, questa frase è provocatoria solo nel paradosso apparente che ostenta. Insomma, ‘ste risposte! Non dovrebbero starsene zitte e buone, dopo che hanno assolto al compito di mettere a tacere la domande?

No, sembrebbe.
Le risposte migliori sono quelle che pongono altre domande, dice Cummings. Si riferisce alla poesia, lui, ma io credo che si possa estendere ad ogni assembramento di parole capace di instillare dubbi, aprire brecce negli steccati, scassinare nozioni preconfezionate: saperne di più.

Una mente viva si nutre di domande, anzi pregusta, quasi, i corridoi, i sotterranei, gli interi piani che un punto interrogativo può aprire. Per qualcuno questa vastistà in agguato dietro ogni domanda è spaventosa; ma per chi ha fame di conoscenza no, questa cosa qui è pura meraviglia.

[libro di zucchero con lacci di liquirizia e letterine colorate edibili]

NB: per la cronaca, andando a memoria ho sbagliato la citazione orginale, che invece era: “the beautiful answer who asks a more beautiful question”. Eh.
7-12

[8/12 – Love Letters 4 Xmas]

La frase di oggi è per Petunia Ollister. È di Kerouac e viene da Desolation Angels: “So shut up. Live travel adventure bless & don’t be sorry (Quindi chiudi il becco. Vivi, viaggia, avventurati e non avere rimpianti)”.

Di solito si trova in giro solo la seconda parte della frase, tramonto sul mare sullo sfondo, stelline e font lezioso in pantone Radiant Orchid o Sea Breeze. Poco Kerouac, molto pinterest.

Invece noi lo “shut up” ce lo teniamo stretto. È una specie di pedata, la spinta prima di buttarsi, ché qui mica si vuole ispirare, semmai istigare. Alla libertà: quella da noi stessi, dalle nostre remore, da quel chicchericcio interiore che prevede sempre il peggio, che ti ripete che non puoi, non devi, non ce la farai.

Non che domani, alè, tutti a fare il giro del mondo in kayak senza strumentazione. Il viaggio con Kerouac (ma anche senza) è anche interiore, e avventurarsi, per qualcuno, potrebbe essere solo parlare al proprio vicino di posto sul tram.

Ma non è la solita storia che si debba uscire dalla propria area di confort e blablabla.
Questa è un’esortazione a rischiare – e a farlo con l’entusiasmo di chi sa che concedersi il permesso di “sbagliare” è concedersi un privilegio. Ecco perché poi, da questa prospettiva, non esistono errori, ma solo esperienze fatte, o meglio territori della vita in cui ti sei avventurat*.

[Frolla con pasta di zucchero, cacao in polvere e zucchero a velo]
8-12b
[9/12 – Love Letters 4 Xmas]

La frase di oggi è di Filippo Pretolani ed è tutta sua: “2 è un numero enorme.” Praticamente un koan.

Dicono che due siano le possibili strade davanti ad un paradosso:
a) ignorare qualsiasi stimolo al pensiero e sorriderne, come di una battuta;
b) prenderlo sul serio e accoglierne la provocazione.

Due può essere un numero enorme o piccolissimo, dipende da cosa sommi: amori, mandarini, fazzoletti di carta, sigarette, dolori. Non è detto che il conto sia abbordabile solo perché il numero è basso.

Dal koan zen in poi, il paradosso guarda alle cose con una certa amabile irriverenza, e per questo spesso scopre punti di vista inediti.

Dicono che due siano le possibili strade davanti ad un paradosso. Io dico che ce n’è una terza: prenderli sul serio con il sorriso sulle labbra.

[Torta al cioccolato, con lettere di cioccolato e codette di cioccolato]
9-12

[10/12 – Love Letters 4 Xmas]

La frase di oggi mi è stata suggerita da Roberta Ragona : “less attitude, more gratitude (meno , più gratitudine)”. Sul web, gode di una certa fama; tuttavia non sono riuscita a ricostruire un autore preciso: se sapete, colmo volentieri questa lacuna.

Dunque siam qui, in un freddo ma assolato pomeriggio invernale, a sorseggiare un Earl Grey con Lady Violet. Benevola dietro l’aria severa (ma giusta, aggiungerebbe qualcuno), ella ci ammannisce questo monito.

È in buona, quindi potrebbe aggiungere che la gratitudine è come i carciofi (poco british, lo so, ma l’alternativa era l’haggis o il black pudding – vedete voi): da piccoli non si capisce il motivo della loro esistenza, figurarsi perché i grandi se ne contendano l’ultima porzione a forchettate, mettendo a rischio relazioni e amicizie pluriennali.

Così è anche per la gratitudine. A un certo punto della tua vita, dopo aver accumulato esperienza e, presumibilmente, saggezza, cominci a renderti conto che nulla, nulla al mondo ti è dovuto, checché ti abbiano raccontato sinora. Nemmeno alzarti in piedi, nemmeno respirare, nulla di nulla.
E allora, my dear, cominci a capire l’importanza di questa cosa, perché ha senso – molto più di quanto abbia mai creduto – e ti azzardi titubante ad assaggiarla, e scopri che ha proprio un buon sapore.

[Frolle con marmellata e letterine edibili]
10-12b

[11/12 – Love Letters 4 Xmas]

La frase di oggi, la penultima della serie, me l’ha data Gioia Gottini: “Salta e la rete apparirà”. È citata ne “La via dell’artista” di Julia Cameron.

Quando l’ho letta ho pensato subito ad Alice. Questa frase me la sono immaginata suadente quanto il “bevimi” sulla bottiglia, il “mangiami” sul dolce.

Sarà perché è un imperativo che ha bisogno della stessa fiducia, della stessa curiosità. Sarà perché rischia in modo identico di farti trovare, spiazzat* nella tana del bianconiglio, in procinto di aprire mondi imprevedibili, inimmaginabili.

Apparirà davvero, questa rete? E ancora: è meglio calcolare il salto al millesimo o lanciarsi senza pensare come farebbe Alice?

Ci puoi pensare quanto vuoi, tanto c’è solo un modo per scoprirlo.

[Lettere di cioccolato con polvere d’argento edibile e chicchi di melagrana]
11-12b

[12/12 – Love Letters 4 Xmas]

Avevo pronta una foto molto diversa, per oggi. Poi ho visto la luce di questo pomeriggio e mi è tornato in mente quel verso di Leonard Cohen: “There’s a Crack in everything, that’s how the light gets in (C’è una crepa in ogni cosa: è così che entra la luce)” – all’improvviso non c’erano più alternative.

La perfezione formale, la ripetizione senza difetti sono i nostri classici cliché di bellezza. Eppure, a farci caso, si scopre che spesso è l’asimetria, il dettaglio apparentemente fuori posto, la nota fantasma, il nonsense (o supposto tale) che rende la composizione veramente interessante.

È la crepa che fa entrare la luce, l’oro che incolla i cocci, facendone una ciotola ancora più bella. È qualcosa che sfugge alle previsioni, che il buonsenso sconsiglia, che logica disapprova – qualcuno glielo dica, per favore, che non hanno sempre ragione loro.

Credo che gli opposti in un qualche punto si tocchino, che le cose sfuggano ai cliché e si intreccino in modi che rifuggono le semplificazioni. Quel punto lì è dove succedono le cose più interessanti.

Ma ora mi fermo, ché sto veramente diventando logorroica.
Grazie di cuore a tutti coloro che mi hanno seguito, incoraggiato, assecondato in questo progetto che, appunto, il buonsenso disapprovava totalmente. Disobbedirgli è stato bellissimo!

Buon Natale, Felice Yule, buon Solstizio, o qualunque modo in cui celebrate questo momento dell’anno, vi auguro tanti raggi di sole.

[omini lego di zucchero, carta edibile e scritta con pennarello per alimenti]
12-12b

Food art: il mio progetto per The Friday Project

The Friday Project n°7 - Metamorphosis
The Friday Project n°7 – Metamorphosis

Da 4 numeri, e ormai un anno, sto collaborando con The Friday Project, brillante webzine dedicata alla creatività.

TFP is powered by una redazione di menti brillanti, e già questo basterebbe per voler loro molto bene. Invece mi lasciano pure una totale libertà creativa, di cui  approfitto impunemente, ça va sans dire.

Funziona così: ogni numero è dedicato a un tema specifico che ogni collaboratore reinterpreta a suo modo. Io mi occupo della Food Art.

The Friday Project n°6 - Waves
The Friday Project n°6 – Waves

Che cosa cambia rispetto al food styling, chiederete (o forse no, avendo giustamente di meglio da fare)?

La mia opinione è che il food styling sia esclusivamente al servizio della rappresentazione dell’idea platonica di un determinato piatto, a volte collocato in un piano narrativo più o meno definito: la pasta più appetitosa, la torta più desiderabile etc.

Nella food art la materia è totalmente asservita alla rappresentazionde di un’idea – quella del tema, in questo caso. Ne richiama graficamente la spinta dinamica; la evoca tramite le scelte materiche, di colore, di consistenze; la racconta metaforicamente, convogliandola, al tempo stesso, in un’espressione estetica bella ed emozionante. O così si spera.

Sono semplicemente due approcci diversi, con due obiettivi diversi. Nessuno è meglio o peggio dell’altro.

The Friday Project n°5 - Challenges
The Friday Project n°5 – Challenges

Il numero 7, appena uscito, è dedicato al tema della metamorfosi. Per questo ho pensato ad un drink che si modifica nelle mani di chi lo beve, in cui il processo di trasformazione è parte dell’esperienza: è preparazione, e spettacolo, e trasmutazione tutto in uno.

Il numero 6 è incentrato sul tema delle onde. Per questo ho giocato su un grafismo stilizzato: volevo evocarne la curva, senso e slancio dell’onda, richiamando, al tempo stesso, i colori, le trasparenze, la schiuma dell’acqua.

Il numero 5 è dedicato alle sfide. Ho costruito perciò una piccola macchina che crea il piatto seguendo una serie di processi meccanici. La sfida è comporlo, prima che riuscire  a mangiarlo.

The Friday Project n°4 - Opposites
The Friday Project n°4 – Opposites

Il numero 4 è incentrato sugli opposti. Per raccontarli, ho preparato dei cracker al carbone spolverati con polvere d’oro edibile. Il buio e la luce, il chiaro e lo scuro, la materia preziosa e quella umile.

A proposito: sì, è tutto commestibile, se ve lo state chiedendo.

Credits: foto di Laura Novara per The Friday Project

Più naked sushi per tutti!

Naked sushi © Mark Castellani Renèe Liszkai

In principio fu uno shooting.

Per The Cube, per la precisione.

Qualche tempo fa, Marco Castellani & Renèe Liszkai mi hanno chiesto di distribuire artisticamente sushi (ma anche cioccolato, pasta e caramelle) su alcune modelle, e io non mi sono certo tirata indietro.

Peraltro, al Naked Sushi (o Nyotaimori), ci pensavo da tempo.

Da un lato mi ha sempre divertita il tentativo di venderlo come antica pratica carica di sensualità orientale e altri funambolismi da copy stanco. È  bastata l’occhiata di un amico giapponese per capire che in Giappone non è considerato proprio il massimo dell’eleganza.

D’altro canto, ho sempre trovato intrigante il modo in cui mescola con nonchalance cibo e sexiness e riesce a dare un’allure sexy al sushi, o a qualsiasi cibo coinvolto.

Oltre alle possibilità estetiche molto interessanti che offre. Perché, secando me, l’eleganza del risultato dipende da come viene realizzato, più che dalla pratica in sé.

Poco dopo, incuriositi dalla cosa, gli amici di Ohhh mi hanno chiesto di scrivere un post con tutti i consigli per fare un Nyotaimori perfetto in casa.

Poi abbiamo pensato che mancasse un corso dal vivo e insomma, per farla breve, il 17 settembre a Milano, all’interno del Fashioncamp.it, abbiamo organizzato il primo workshop di Naked Sushi Per Ragazze, stavolta con modelli maschi.

Scusate, mancavano al mio curriculum.

Durante il corso, ho mostrato come procedere realizzando una composizione live sul primo modello; poi le partecipanti si sono cimentate con il secondo modello; infine ho mostrato una variante giocosa creata per Ohhh. Curiosi? Guardate qui:

Beh, ora che ho seminato sushi su diverse persone, posso dire che non c’è grande differenza nel naked sushi su maschi e femmine, se non un eventuale gusto personale. L’esperienza è più ludica che sensuale, anche se, come tutto nella vita, dipende un po’ dall’atmosfera che hai intenzione di creare.

E soprattutto ho una certezza: il naked sushi di Samantha di Sex and the city è una stupidata colossale.

Credits: foto 1 © Mark Castellani Renèe Liszkai; foto 2 © Giovanni Zuccaro per Direzione ostinata

10 cose buonissime da fare a Cagliari

dinosauri a CagliariMi rendo conto ora che non ho mai parlato di Cagliari.

Forse perché è una città che non fa rumore. Sta lì, tranquilla, placidamente affacciata sul Mediterraneo, e in genere nessuno si aspetta niente di preciso da lei.
Invece, a guardar bene, ha una lunga storia, ancora leggibile sulla sua topografia, fenici, romani, pisani, spagnoli, e poi il mare, dall’altra parte, che sbarra la strada a sud.
La via principale si chiama via Roma come in tutte le città d’Italia, ma qui ha il pregio di sfumare in un porto di una certa eleganza, nonostante i traghetti e le navi crociera che lo frequentano con assiduità.

Poi i vicoletti dietro il porto risalgono pian piano verso la parte antica, il Castello, il quartiere che un tempo ospitava i nobili, arroccato su una delle sue tante colline, e adesso ospita ancora una serie di viste memorabili dagli alti bastioni. Toccato il suo apice verticale, la città si distende e si spande in tutte le direzioni, e più ci si allontana dal centro, come sempre, più si allenta il legame con il passato, ma non con i parchi di cui è disseminata, non con il mare, che si raggiunge velocemente da ogni parte, non con il vento, che è sempre dappertutto come solo lui sa.

Ma soprattutto è un posto dove si mangia molto bene.

Ho preso nota delle mie attività food preferite a Cagliari, in caso quest’estate passiate di là.

1) Comprare il pesce al mercato di San Benedetto
C’è un intero piano, quello interrato, dedicato al pesce, freschissimo e a prezzi commoventi. Alla sofferenza di scegliere – perché se dessi retta mi comprerei ogni volta tutto il mercato – si affianca il piacere di comprare, tornare a casa, invadere la cucina dei miei e celebrare come si deve il mio bottino ittico. La meraviglia.

Mercato di San Benedetto, Via Cocco Ortu, 50.
Orari di apertura: dal lunedì al sabato, 7-14.

2) Pranzare al sole da Dal corsaro o al Fork.
Il ristorante dello chef Stefano Deidda ha due anime: il ristorante gourmet, Al Corsaro, e il bistrot, il Fork, con proposte più semplici ma sempre di livello altissimo. Nelle belle giornate, che a Cagliari sono parecchie, mi piace mangiare sui tavolini fuori, possibilmente con vista mare.

Dal Corsaro, Viale Regina Margherita, 28.
Orari di apertura: dal lunedì al sabato 12–15, 19–23.

3) Mangiare la carbonara di mare di Pomata
Nella stessa via, pochi passi più avanti, c’è anche il ristorante di Luigi Pomata. Carlofortino, ha un menù incentrato quasi esclusivamente sul tonno – e che tonno, perdinci! La cucina ha un tocco creativo di ispirazione nipponica: c’è molto crudo, una scelta di ostriche davvero notevole e in assoluto la migliore carbonara di mare che abbia mai mangiato. Eh.

Luigi Pomata, Viale Regina Margherita, 14.
Orari di apertura: dal lunedì al sabato 13–15, 20–23.

4) Bere un calice di vino da Cucina.eat
Bistrot gourmet con una cantina strepitosa, ambiente elegante ma informale, Cucina.eat è sia un punto di riferimento che una certezza: quella di bere benissimo. Nel piccolo piccolo shop si trovano pasta, salse, conservati, ma anche attrezzi di cucina, libri, spezie e naturalmente vini, tutto di altissima qualità. A marzo ho avuto il piacere di organizzare con loro una bella cena letteraria legata a Sesso, droghe e macarons  e sto scrivendo il nuovo libro praticamente solo per avere la scusa per ripetere.

Cucina.eat, Piazza Galilei, 1.
Orari di apertura: dal lunedì al sabato 10.30-15.30-17.30-23.30.

5) Scegliere una bottiglia da Biondi
Enoteca con piccolo shop di formaggi, salumi, biscotteria e alimentari di qualità italiani e stranieri, come foie gras e caviale. Molto accurata la selezione di champagne (una passione del proprietario) e di vini francesi. Organizzano spesso degustazioni e aperitivi molto interessanti. Un posto piacevole e un proprietario cordiale e prodigo di suggerimenti preziosi.

Enoteca Biondi, Viale Regina Margherita, 83.
Orari di apertura: dal lunedì al sabato 10–14, 17–21.30.

6) Prendere un aperitivo alla Bottega di Cibele 
Ottimo shop di prodotti di grande qualità, con un occhio alla gastronomia e uno alla cucina naturale. Interessanti anche le degustazioni, pensate sempre con l’intento di far conoscere piccole eccellenze locali. Fanno anche un aperitivo molto carino: calice di prosecco + tagliere di salumi selezionati da loro. C’è anche il capocollo de le Santorine, per dire.

La bottega di Cibele, Via Puccini, 3a.
Orari di apertura: dal lunedì al venerdì 8.30-20.30, sabato 08.30–13.30, 17.30–20.30.

7) Mangiare un gelato da Aresu
Una gelateria in centro, ma da scovare, che accosta gusti classici splendidamente declinati (zabaione, mandorla) a gusti più arditi o insoliti: latte di rosa, tzatziki, basilico con pistacchio, finocchietto selvatico, more di gelso etc.
Per quanto mi riguarda, il suo gelato al pistacchio è il migliore di sempre.

Il gelato, Corso Vittorio Emanuele II, 244.
Orari di apertura: dal martedì al venerdì 13:45–22:30, sabato 12–14, 17–23:15, domenica 12–14, 17–22.

8) Bere un drink al tramonto al libarium
I loro drink sono discreti, ma la location è spettacolare; i tavoli sul bastione di Santa Croce hanno una vista sulla città incantevole, e quando arriva il tramonto, la bellezza è quasi insostenibile. Meglio avere un po’ d’alcool a portata di mano.

Libarium Nostrum, Via Santa Croce, 33.
Orari di apertura: dal martedì alla domenica 7.30-2, d’estate tutti i giorni.

9) Scegliere un tè da Theophile
A un’ottima selezione di tè si accompagnano cioccolati speciali, biscotteria francese, ma anche marmellate, creme, salse, composte, tapenade, oltre a teiere, tazze, filtri e tutto l’occorrente per un signor tè. Che io sappia, è il posto migliore in città per gli amanti della Camellia sinensis.

Théophile, Piazza Gramsci, 9.
Orari di apertura: dal lunedì al sabato 09–13, 17–20.

10) Pranzare in spiaggia
Una di quelle cose che per i cagliaritani è scontata e per chi non ci sta più è un lusso straordinario. Dalla città andare a pranzo al Poetto, la lunga spiaggia di Cagliari, è un attimo: diversi chioschetti aprono tutto l’anno, e se siete fortunati, in stagione, potreste trovare anche una discreta pasta ai ricci. Ma anche un’insalatona con tonno in scatola, con quel panorama, si avvicina molto alla mia idea di felicità. A patto che sia senza mais, però.

Lungomare Poetto, su Google Maps

Bon, vado: non so com’è, ma curiosamente mi è venuta fame.

Sesso, droghe e macarons: eventi di maggio

Con maggio riprendo a portare in giro Sesso, droghe e macarons, il mio romanzo birbantello.

Domenica 8 maggio alle 11.30 sarò alla Palazzina di Caccia di Stupinigi (To), per un talk sulla Letteratura food, all’interno della mostra Regine e Re di cuochi, assieme a Roberta Schira, Monica Papagna e Federica Micoli.

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Martedì 10 maggio alle 15.30 sarò a Parma, al Cibus e, assieme al noto sessuologo Marco Rossi e allo chef Max Mariola parleremo di cibo ed eros, un tema che, guarda caso, torna spesso nel libro.

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Giovedì 12 maggio alle 18.30 sarò invece a Venezia, nella spendida cornice dell’Hotel Ca Nigra Lagoon Resort per un aperitivo con reading. Parlerò di Sesso, droghe e macarons, ma anche di eleganza e stile con Anna Turcato.

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Venerdì 13 maggio alle 19.30 sono a Villorba (TV) per un altro aperitivo con reading, alla libreria Lovat. Con me, a parlare di eros e cucina, Michela Pierallini.

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Sabato 21 maggio alle 22.30 sono al Taste of Milano, presso il corner Invasioni al caffé, a parlare del libro e a leggere qualche brano. Presenta il libro con me Ilaria Mazzarotta.

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Sabato 28 maggio alle 18.30 sono invece a Bologna, ospite della rassegna Flordart, per un aperitivo con l’autore.

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Cibo, drink e relatrici meravigliose… beh, non so voi, ma io non vedo l’ora di cominciare!