La lotta all’ultimo free drink. Appunti di psicologia delle masse al buffet.

È ricominciato il Salone del Mobile, e, come ogni volta, mi torna in mente un breve studio di uno degli allievi meno conosciuti di Freud, l’ingiustamente sottovalutato Bob O’Fairy. Attivo per un breve ma fruttoso lasso di tempo, O’Fairy lasciò poi la psicanalisi per dedicarsi all’allevamento di tonni, con la discutibile scusa che questi non sviluppavano alcun tipo di transfert.

L’ottimo O’Fairy ebbe l’idea del famoso studio durante la presentazione di Psicopatologia della vita quotidiana del suo maestro Sigmund Freud. Egli si accorse che, lungi dal prestare attenzione alla spiegazione del testo epocale, la gran parte degli astanti si accalcava al buffet della Sachertorte, spintonando e schiamazzando, tanto da arrecare disturbo ai lavori.

Pare addirittura che un esagitato, al momento delle domande, abbia chiesto polemicamente a Freud se il fatto di non aver ricevuto panna assieme alla sua porzione di Sacher, non avrebbe ingenerato in lui una sorta di nevrosi ansiosa da panna ogni qual volta avesse visto una torta al cioccolato.

Non è nota la risposta di Freud, ma si mormora che abbia fatto cenno a due dei suoi allievi più robusti di picchiarlo all’uscita.

La Psicologia delle masse al buffet di O’Fairy, parte dall’assunto che il cibo in grosse quantità riporti alla luce le pulsioni inconsce all’accumulo, pulsioni legate alla fase orale dello sviluppo, in cui il bambino si percepisce ancora come il centro del mondo.

Allo stesso modo, nella folla si attuerebbe una sorta di regressione collettiva in cui la massa diventa un’unico bambino gigante nel pieno sia della fase orale che dell’ora di pranzo, divendo così una creatura difficilmente arginabile, se non a suon di scapellotti.

Inoltre, poiché il bambino-massa si percepisce come una creatura singola, registra l’intero ammontare del cibo a disposizione come destinato a lui.

Al tempo stesso, però, percepisce a livello inconscio tutti i singoli componenti: ogni qualvolta qualcuno usufruisce di una singola porzione vive contemporamente il lutto per la perdita di una parte negata a lui e il lutto per la rottura dell’unità bambino-massa.

L’illuminante pamphlet, getta luce sugli oscuri meandri dell’inconscio e sulle pulsioni oscure che solo un tramezzino gratuito o un’assaggio di mousse sanno risvegliare in noi.

Avendo assistito a un qualsiasi aperitivo di presentazione, showcooking o degustazione gratuita, non si può che concordare con la teoria di O’Fairy.

Anzi, viene da chiedersi a quali vette i suoi studi sarebbero potuti arrivare, se non si fosse dato all’ittica.

Tuttavia, ci piace immaginarlo ancora lì, beato tra i suoi tonni, lontano dalla crudele lotta all’ultimo free drink.

Di bizzarre serie web, cuoche bionde e porzioni molto ridotte

barbieLo confesso, sono recidiva.

Era da qualche tempo che cercavo un pretesto per rimettermi a fare il cibo in scala 1:6, e alla fine l’ho trovato.

Si chiama Food Superheroine, vive su Youtube e non è che abbia dei veri superpoteri, a parte riuscire a far cucinare la Barbie.

È per colpa sua che autoprodotto e realizzato una sorta di micro serie web, Barbie’s Bizarre Cooking Show.

Beh, certo, poi c’è anche il mio progetto, sempre aperto, di cercare nuovi modi per parlare di cibo.

Per ora sono in cantiere 12 puntate, che pubblico ogni mercoledì in mattinata.

È una serie web di video in stop motion, divertenti e un po’ surreali, in cui Barbie cerca di volta in volta di cucinare ricette anche complicate, disturbata immancabilmente da visite da universi paralleli, dal T-Rex sino a Batman, da Peppa Pig sino agli omini Lego.

Qui c’è quanto pubblicato sinora:
Trailer
Episodio #1 – “Gourmet Sandwiches”
Episodio #2 – “Mystic Pizza”

Episodio #3 – “The Dark Pie”
Episodio #4 – “The Mud Pie”
Episodio #5 – “The Cupcake Job”
Episodio #6 – “Barbie Dreams of Sushi”
Episodio #7 – “Better Than Chocolate Cake”
Episodio #8 – “Raspberry Swirl”

C’è di buono che se non vi piace posso sempre dare la colpa alla mia amica immaginaria.

Credits: screenshot dall’episodio #2

Sane intelligenze. Dal mindful eating a Identità golose.

Heart of fruits and vegetablesQuando la sorte ci si mette a organizzare i weekend, amici miei, è proprio bravina.

Sabato, un corso che aspettavo da tempo: il primo di tre workshop sul Mindful eating, tenuto dalla nutrizionista Francesca Noli e la counselor Valeria Trabattoni.

Negli ultimi mesi ho fatto un po’ di esperimenti sulla mindfulness applicata al cibo e avevo voglia di saperne di più.

Di cosa si tratta? Il modo più veloce per tradurre mindful eating, evitando tre righe di perifrasi, è “alimentazione consapevole”, ma non rende il senso di presenza mentale senza costrizioni del termine originario: non si tratta di una dieta, non consiglia cibi da mangiare o da evitare.

È un cambio di approccio mentale.

Il problema non sta nel cibo, che di per sé è innocuo.
Il problema sta in quello che facciamo noi con il cibo.

Per esempio, diamo per scontato di mangiare perché abbiamo fame. Ma quale?
Diciamolo: ci sono molti tipi di fame, di cui quello fisiologico, l’appetito, è solo uno.

Gli altri hanno a che fare, per esempio, con lo stress, la rabbia repressa, le convinzioni, le abitudini; non più con il nudo bisogno del corpo di ingurgitare nutrienti per il suo sostegno fisico.

Le emozioni perturbanti, quel manipolo di filibustieri, generano un impulso a mangiare che non c’entra nulla con il gorgoglio imperioso dello stomaco in cui sgambetta un Alien di cattivo umore. Ci ingiungono di mangiare in fretta, in piedi, di distruggere a morsi voraci il nemico astutamente travestito da biscotto, cioccolato, chips, senza lasciarne traccia, e svelti!, ché gli agenti della SPECTRE sono alle costole.

Noi ubbidiamo, recalcitranti ma non troppo, perché quelli lì hanno modi spicci e convincenti, e poi ci troviamo ad angustiarci per le conseguenze: chili in più, ma anche digestione lenta, riflusso, colite, stipsi etc.

Il risultato è una coesistenza paradossale di ossessione e noncuranza, di piacere e senso di colpa, che ci tiene in perenne sudditanza, col pensiero in qualche modo intrappolato sul cibo.

Sì, angosciati sia dalla sua assenza che dalla sua presenza, dimentichi che un giorno, tanto tempo fa, il cibo è stato una fonte di piacere, di straordinaria gratificazione sensoriale.

Il mindful eating riporta un po’ d’ordine: fatta piazza pulita delle pessime ragioni per cui mangiare e delle modalità sbagliate con cui lo facciamo, resta un’esperienza gastronomica finalmente piacevole e appagante.

Non è una notizia è grandiosa? Spostando l’attenzione sul proprio benessere e usando il cibo come un mezzo, rimettendolo nel posto dove deve stare, il corpo fa pace con tutta l’esperienza del mangiare.

Volete fare un piccolo esperimento?

Al prossimo pasto, se già non lo fate, curate l’apparecchiatura, quindi sedetevi a tavola e, dopo qualche respiro, dedicate un attimo alla composizione del piatto, poi notate il profumo, la consistenza sul palato e sulla lingua.

Solo allora potete masticare, lentamente e serenamente. Dopo aver messo il cibo in bocca, poggiate la forchetta e restate concentrati sul boccone, facendo attenzione agli aromi, alla temperatura, alle sfumature di sapore.

Non riprendete la forchetta in mano sino a quando non avete inghiottito. Lo so che è dura fidarsi delle forchette sconosciute, ma non scapperà, ve lo prometto. Non saprebbe dove andare.
Mangiate solo sino a che avete fame e lasciate ciò che non volete nel piatto: se siete a casa, il cibo avanzato potete tenerlo per il pasto successivo, se siete fuori, a meno che non siate in un ristorante stellato, è difficile che avanziate qualcosa di imperdibile.
Infine cercate di mangiare in un ambiente più tranquillo possible, senza discussioni, commensali lamentosi o aggressivi, magari con persone piacevoli.

C’è un concetto della meditazione mindful che mi ha colpito: quello di imparare a guardarsi con occhio amorevole, senza giudizio. Il mindful eating fa qualcosa del genere per il cibo: riporta gentilezza e serenità nel rapporto con il cibo, a cui sottende il rapporto che abbiamo con noi stessi. Possiamo mangiare qualsiasi cosa, a patto che il nostro corpo la recepisca bene, ovvero che sia buona per noi.

C’è solo un piccolo difetto: l’attenzione al cibo, la concentrazione su ogni boccone rivela gusto e retrogusto di quello che mangiamo, e quel cibo che ci sembrava così buono divorato senza attenzione davanti al pc o trangugiato trotterellando verso il nuovo appuntamento della giornata, può rivelare all’improvviso sfumature sgradevoli: insomma potreste diventare molto esigenti.

Tornando al mio weekend, domenica sono passata a sentire la prima giornata dell’edizione 2015 di Identità golose, tema: Una sana intelligenza.

Ho notato con sorpresa, e anche con piacere, il ritorno di temi familiari.

Nella presentazione di Paolo Marchi,  torna sotto altri nomi un inno alla consapevolezza: il consumatore che sa scegliere, attento alla qualità, che “guarda al benessere complessivo, il suo e quello di cosa ha deciso di mettere nel piatto.”

Non solo: si ribadisce l’importanza del piacere della tavola, della masticazione (!), con una cucina che sia attenta a rispettare corpo e salute. “L’intelligenza sta tutta nella capacità di star golosamente bene mangiando salute”, conclude.

Visto che stiamo parlando del più importante congresso nazionale di alta cucina, con “mangiare salute” non si intende certo mangiare verdure al vapore. Parliamo di grande cucina che può e vuole evitare orpelli inutili, attenta all’impatto del cibo sul corpo, alla gratificazione del palato, certo, ma anche a quello che lascia da smaltire all’apparato digerente.

Bellissimo. E perfettamente in sintonia con il mindful eating.

Infatti, se l’alimentazione mindful aumenta la percezione delle sfumature del gusto, quale miglior accostamento se non con l’alta cucina, pensata con intelligenza e attenzione?

Un posto dove gli chef sono consapevoli e ispirati e dove i commensali mangiano con profonda comprensione e godimento dei  piatti, senza sprechi, beh, a me sembra proprio il posto migliore per passare del tempo, persino per un apericena.

Se volete sperimentare di persona, ecco le date dei prossimi workshop di mindful eating, che si svolgeranno a Milano, all’interno del progetto Semplicemente Mindfulness:

 

 

Credits: photo from shutterstock

La verità, vi prego, sulle diete. Appunti di mindfulness alimentare

dieta

dieta L’insieme dei nutrienti ingeriti dall’uomo, o da un gruppo etnico, per soddisfare il bisogno alimentare (per es., d. mediterranea), intesa in tal caso come concetto legato allo stile di vita. Più spesso s’intende per d. una limitazione alimentare, proposta dal medico o spontaneamente adottata, in riferimento soprattutto al totale calorico (d. dimagrante)
Fonte: treccani.it

In principio erano le diete dimagranti.

Nemmeno ci sfiorava il pensiero che la Sacra Parola potesse avere altri significati, se non quello di ingenerare privazioni e fastidi al grido di “Se bella vuoi apparire un po’ devi soffrire”.

Ho sacrificato il mio giusto tributo di carboidrati sull’altare della dieta a punti/dissociata/con doppio carpiato senza rete. Poi per fortuna sono passata alle intolleranze, che mi hanno tolto di tutto, ma almeno potevo mangiare in pace i cibi residui. E stavo meglio, dimagrivo persino.

È stato allora che ho capito il senso di “insieme di scelte alimentari”, e ho cominciato a intuire un panorama più vasto, in cui conta la qualità del cibo, non solo le calorie, e in cui il sovrappeso esattamente come il mal di stomaco siano semplicemente un sintomo del proprio stato di salute.

Nel frattempo però mi sono innamorata delle meraviglie della grande cucina, dei grandi vini. Mi domandavo confusa che cosa avrei dovuto mangiare. Davvero la scelta era tra cibi ottimi al palato e quelli giusti per la mia salute?

Sul mio cammino ho incontrato molte persone che sostenevano di aver trovato La risposta.

Amici vegani, crudisti, macrobiotici, ayurvedici, seguaci della dieta dei gruppi sanguigni, della dieta basico-alcalina, ma anche gourmet inveterati, sacerdoti dell’ateismo calorico, portatori sani di metabolismi d’acciaio.

Li ho ascoltati tutti.

Ho mangiato da grandi chef e in piccole trattorie, ma anche vegano e vegetariano; conosco bene la cucina naturale, ho lavorato in un centro macrobiotico, mi sono interessata di ayurveda; ho provato la cucina crudista e pure la dieta dei gruppi sanguigni.

Mi manca la dietetica cinese, il fruttarianesimo e la paleodieta e più o meno mi sono fatta un’idea un po’ su tutto, ma su ultimi questi due non vi prometto nulla.

E, vi dirò: mi è pure piaciuto tutto.
Mi sento di confermare che c’è del buono ovunque.

Quello che complica le cose, a mio parere, è quando le diete diventano stile di vita, non più solo scelta personale, e cominciano a richiedere diritti e doveri: individuano un manipolo di cibi malefici™, che praticamente appena li mangi sei già gravissimo (i peggiori basta solo guardarli), e ovviamente di una serie di cibi-che-fanno-benissimo™, che dovresti mangiarli dalla mattina alla sera, e a volte condiscono pure il tutto con anatemi assortiti contro gli altri stili alimentari.

Non so. Sarà che ho un nugolo di valenti pianeti in sagittario e le soluzioni definitive mi danno il prurito alla faretra, sarà che non posso rassegnarmi, per esempio, al fatto che un’opera di genio umano come lo chèvre cendré, ma anche tutto il formaggio, sia da bandire per sempre dalle nostre vite, colesterolo o no.

Mi ha fatto molto riflettere invece l’approccio della mindfulness, e la tesi che l’atto del mangiare non sia solo la mera introduzione di cibo in bocca, né solo la qualità del cibo che mettiamo in bocca, ma anche tutte le emozioni che ingoiamo durante il pasto e forse anche un pizzico di quelle ci chi l’ha cucinato (momento di realismo magico offerto dalla casa).

È fondamentale scegliere cibi di qualità, certo, così come mangiare al meglio possibile.

Ma: mangiare al meglio per me implica cibi differenti per il mio vicino di tavola. Per varie ragioni in quel momento il suo organismo potrebbe aver bisogno di latte e ricotta e il mio di brasato al vino rosso o insalata di sedano rapa e carote.

Non solo: implica anche digerire le emozioni che accompagnano il pasto. Mangiare distrattamente, mentre si discute, ci si innervosisce, mentre sia ascoltano cattive notizie alla TV, guardando il cellulare, oppure in luoghi affollati, rumorosi, disturbanti, accorgendosi a malapena di quello che stiamo facendo impatta sul nostro corpo tanto quanto quello che abbiamo nel piatto, se non di più.

E anche: con quale intenzione stiamo mangiando: per godere a pieno del cibo oppure per stress, per noia, per reprimere al rabbia, perché siamo tristi e abbiamo bisogno di consolarci?

Più che stare una vita ad eliminare questo e quello, penso che dovremmo tutti imparare ad ascoltarci: c’è una voce, nel nostro corpo, una saggezza interiore che sa benissimo di cosa e di quanto abbiamo bisogno. Niente di complicato, peraltro. Dietro la voglia di sushi può esserci il bisogno di vitamina B12, dietro quello  di mandorle di vitamina E, e così via.

Certo, se la vocina vi sussurra di darci dentro con le chips o la crema spalmabile al succedaneo di cioccolato, allora vi devo deludere: quella non è la vostra voce interiore, ma la registrazione degli spot con cui vi hanno martellato negli anni. L’ho detto, vogliatemi bene lo stesso.

Dire che dovremmo mangiare tutti crudista, o gourmet, o vegano, o solo biologico, o al contrario fregarcene completamente, per me ha lo stesso senso di dire che dovremmo portare tutti il 39 di scarpe o il 42 di pantaloni: pochi ci staranno davvero comodi, ma la maggior parte abbastanza male, se non proprio sofferenti. E non avremo risolto nulla.

È che la nostra dieta ce la dobbiamo costruire pezzo per pezzo esattamente come il nostro guardaroba.

E nessuno se lo può misurare al posto nostro.

P.S. Sentite cosa dice in proposito la neuroscenziata Sandra Aamodt su Ted Talks.

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