Alla ricerca dell’avocado perfetto

avocadoDicono che le prime volte siano indimenticabili, specie quelle foriere di piaceri superlativi.

Beh, non è vero: io il mio primo avocado mica me lo ricordo.

A mia parziale scusante potrei convenire che, se l’assaggio è avvenuto in terra italica, deve esser stato abbastanza modesto.

A lungo ho creduto infatti che l’avocado fosse un frutto simpatico ma un po’ gommoso, scocciante da sbucciare, buono solo se frullato e abbondantemente condito.

E invece.

L’avocado perfetto, quello maturo al punto giusto, è profumato e burroso, verde brillane all’esterno e giallo allegro all’interno. Il seme è lucido, senza rigonfiamenti sospetti e basta un cucchiaio per staccarne con facilità tutta la polpa. Il gusto è leggermente nocciolato, cremoso, morbido, senza retrogusti acidi o indecisioni di sorta e basta una spruzzata di lime e un pizzico di sale per farne un piatto irresistibile.

Ho dovuto viaggiare il mondo per capire che cosa fosse esattamente la poesia vegetale di un avocado perfetto.

Ho scoperto che di solito ha a che fare con le miglia volate dal meraviglioso frutto, che devono essere rigorosamente meno delle tue.

Infatti i migliori li ho mangiati in America, generosamente rifornita di avocados dal vicino Messico, e in Sudafrica, paese produttore, le cui immagini di supermercati con banconi stracarichi di quei frutti divini quasi gratis ancora turbanono le mie notti insonni di avo-dipendente.

Ma soprattutto ho capito una cosa: che “l’avocado perfetto” è una tautologia.

L’avocado racchiude in sé la quintessenza della perfezione: solo, la esprime meglio quando lo si consuma nelle sue condizioni migliori, cioé prima che abbia fatto in tempo a richiedere la tessera frequent flyer.

Alcuni segni incontrovertibili della superiorità dell’avocado:

  1.  l’avocado sta divinamente con tutto: magnico con il pesce, ottimo con la carne, sta bene con i formaggi, è fantastico con il riso, le uova, funziona con l’insalate e nelle paste fredde, oltre a contribuire alla creazione di dolci meravigliosi;
  2. l’avocado è adatto a celici, intolleranti al lattosio, al lievito,  vegetariani, vegani, allergici al nichel. È perfettto per i crudisti e accettato dai macrobiotici (anche se non con l’entusiasmo che meriterebbe); a meno di sfortunate allergie al medesimo (non riesco nemmeno a scriverlo!) è ottimo per tutti;
  3. consumato regolarmente l’avocado fa benissimo: senza far nulla viene una pelle bellissima (ché non è mica un caso se molte preparazioni erboristiche contengono l’olio di avocado).
  4. fa bene allo spirito: mangiarlo, notoriamente, mette il buonumore. Almeno, a me fa sempre questo effetto.

La sua declinazione più nota, il guacamole, condito con una spuzzata di lime, erba cipollina (e, se compatibile con i vostri commensali, una punta di paprika affumicata, tipo Chipotle o Pimenton de La Vera) è un piatto che fa contenti tutti, dai crudisti ai gourmet più inveterati, passando più o meno per tutte le allergie, intolleranze e limitazioni gastronomiche di ogni genere.

Avercene qualsiasicose che mettano d’accordo tutti quanti con questa stessa soddisfazione!

Credits: foto da PositiveMed.com

Colte ma con stile: le caramelle di Freud

Fruit Bar OutsideChe noia, le scatole di cioccolatini, tutte uguali, banalmente strabordanti di teobromina!

Per fortuna, la moderna tecnologia dolciaria ha messo a punto una serie di doni mangerecci colti e raffinati, per sorprendere i vostri ospiti con stile.

Le caramelle freudiane sono un pregevole esempio. Lo shop del Museo di Freud a Londra ne offre diversi interessanti esemplari.

RESCUEJARSThe rescue jar (il kit di soccorso), foto a fianco, per sole 3,70 sterline cadauna, vi rifornisce alla bisogna di intelligenza (brain power), sex appeal o pozioni d’amore (love potions), e nel comodo formato caramella. Non le abbiamo testate, ma confidiamo quantomeno nell’effetto placebo.

Se cercate qualcosa di più sostanzioso, invece c’è la barretta di Sigmund Freud alla frutta secca (foto in alto), che si bulla dell’esperienza decennale del buon Sigmund nel trattare nuts (frutta secca, ma anche matti). Probabilmente giova consumarla rileggendo il saggio di Freud su Il motto di spirito.

SigmundSe invece volete qualcosa di più iconico, ci sono anche i leccalecca con l’effigie di Freud, che piaceranno a persone di cultura, ironia e comprovata fissazione orale.

Ignoriamo se gli ameni dolcetti abbiano anche il potere di sbloccare la suddetta fissazione.

Di certo, mettere in bocca la testa di Freud e sentire un sapore d’anguria potrebbe comportare un certo qual shock per il vostro subconscio.

Adoro.

Credits: foto dallo shop online del Freud’s Museum di Londra e da Thisnext.com

Argenteria e filosofia. Breve riflessione sul coltello da pesce.

Due pregevoli esemplari oggetto della mia riflessione filosofica.

Due pregevoli esemplari oggetto della mia sedicente riflessione filosofica.

I miei genitori, come tutti quelli della loro generazione, tra i vari regali di nozze ricevettero un serissimo corredo di posate da 24, racchiuse in una pregevole scatola di velluto color verde smeraldo.

Da bambina, quelle file di quegli attrezzi lucenti mi suscitavano un misto di curiosità e timore reverenziale.

Mi chiedevo: chi siamo? Perché abbiamo bisogno di così tante posate? E che cosa sono quelle palettine sghembe tra i coltelli e i coltelli da dessert?

Ebbene, sì. Avevo appena scoperto l’esistenza dei coltelli da pesce.

Bambina amante della conoscenza, la perseguivo con una certa pervicacia.

Per quale ragione, chiedevo, bisognava usare un coltello diverso per il pesce?

“Perché lo dice il galateo.” mi veniva risposto.

“Sì, ho capito, ma esattamente perché?” ribattevo.

Silenzio.

Lo so. Ero una sgusciachiocciole già da piccola.

A mia discolpa posso dire di non aver mai ricevuto una risposta convincente. Principalmente variazioni sul tema del perché sì.

Sono passati i mesi e gli anni, sino a che un bel giorno ho trovato la risposta. Scartabellando fra i libri di libri di storia dell’alimentazione ho scoperto che in effetti c’era una buona ragione. Eccellente, oserei dire.

I coltelli, sino a pochi decenni fa, erano di ferro e, a contatto con il pesce, ne trattenevano caparbiamente l’odore diventando alquanto molesti, per lo meno per le persone dotate di olfatto funzionante.

Lo posso asserire con certezza, peraltro, perché, alle letture di cui sopra, si è aggiunta l’esperienza: conservo ricordi indelebili di quel vecchio coltello incautamente usato con del pesce e del suo odore. Purtroppo.

Capisco e approvo,dunque, che ne abbiano tassativamente vietato l’uso con il pesce, pena il dissenso degli altri commensali, poi diventato disapprovazione sociale e quindi disobbedienza al bon ton.

È interessante però il fatto che, nonostante il problema sia ormai risolto (i coltelli d’acciaio sono inodore), permanga la regola, oramai vuota di senso, in ottemperanza a dettami sorpassati.

In fondo, il coltello da pesce è molto più che la buffa palettina beniamina dei filologi del bon ton.

Il coltello da pesce è una metafora di tutte quelle cose che continuiamo a trascinarci dietro anche quando non sono più utili, anche quando hanno perso completamente il loro senso nella nostra vita. Tutte cose di cui non ci si rende conto se non ci si ferma un attimo a pensarci su e perché no, a metterle in discussione.

E ora scusate, vado a lucidare la mia collezione di pinze per le aragoste.

Credits: foto da Wikipedia

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