Sane intelligenze. Dal mindful eating a Identità golose.

Heart of fruits and vegetablesQuando la sorte ci si mette a organizzare i weekend, amici miei, è proprio bravina.

Sabato, un corso che aspettavo da tempo: il primo di tre workshop sul Mindful eating, tenuto dalla nutrizionista Francesca Noli e la counselor Valeria Trabattoni.

Negli ultimi mesi ho fatto un po’ di esperimenti sulla mindfulness applicata al cibo e avevo voglia di saperne di più.

Di cosa si tratta? Il modo più veloce per tradurre mindful eating, evitando tre righe di perifrasi, è “alimentazione consapevole”, ma non rende il senso di presenza mentale senza costrizioni del termine originario: non si tratta di una dieta, non consiglia cibi da mangiare o da evitare.

È un cambio di approccio mentale.

Il problema non sta nel cibo, che di per sé è innocuo.
Il problema sta in quello che facciamo noi con il cibo.

Per esempio, diamo per scontato di mangiare perché abbiamo fame. Ma quale?
Diciamolo: ci sono molti tipi di fame, di cui quello fisiologico, l’appetito, è solo uno.

Gli altri hanno a che fare, per esempio, con lo stress, la rabbia repressa, le convinzioni, le abitudini; non più con il nudo bisogno del corpo di ingurgitare nutrienti per il suo sostegno fisico.

Le emozioni perturbanti, quel manipolo di filibustieri, generano un impulso a mangiare che non c’entra nulla con il gorgoglio imperioso dello stomaco in cui sgambetta un Alien di cattivo umore. Ci ingiungono di mangiare in fretta, in piedi, di distruggere a morsi voraci il nemico astutamente travestito da biscotto, cioccolato, chips, senza lasciarne traccia, e svelti!, ché gli agenti della SPECTRE sono alle costole.

Noi ubbidiamo, recalcitranti ma non troppo, perché quelli lì hanno modi spicci e convincenti, e poi ci troviamo ad angustiarci per le conseguenze: chili in più, ma anche digestione lenta, riflusso, colite, stipsi etc.

Il risultato è una coesistenza paradossale di ossessione e noncuranza, di piacere e senso di colpa, che ci tiene in perenne sudditanza, col pensiero in qualche modo intrappolato sul cibo.

Sì, angosciati sia dalla sua assenza che dalla sua presenza, dimentichi che un giorno, tanto tempo fa, il cibo è stato una fonte di piacere, di straordinaria gratificazione sensoriale.

Il mindful eating riporta un po’ d’ordine: fatta piazza pulita delle pessime ragioni per cui mangiare e delle modalità sbagliate con cui lo facciamo, resta un’esperienza gastronomica finalmente piacevole e appagante.

Non è una notizia è grandiosa? Spostando l’attenzione sul proprio benessere e usando il cibo come un mezzo, rimettendolo nel posto dove deve stare, il corpo fa pace con tutta l’esperienza del mangiare.

Volete fare un piccolo esperimento?

Al prossimo pasto, se già non lo fate, curate l’apparecchiatura, quindi sedetevi a tavola e, dopo qualche respiro, dedicate un attimo alla composizione del piatto, poi notate il profumo, la consistenza sul palato e sulla lingua.

Solo allora potete masticare, lentamente e serenamente. Dopo aver messo il cibo in bocca, poggiate la forchetta e restate concentrati sul boccone, facendo attenzione agli aromi, alla temperatura, alle sfumature di sapore.

Non riprendete la forchetta in mano sino a quando non avete inghiottito. Lo so che è dura fidarsi delle forchette sconosciute, ma non scapperà, ve lo prometto. Non saprebbe dove andare.
Mangiate solo sino a che avete fame e lasciate ciò che non volete nel piatto: se siete a casa, il cibo avanzato potete tenerlo per il pasto successivo, se siete fuori, a meno che non siate in un ristorante stellato, è difficile che avanziate qualcosa di imperdibile.
Infine cercate di mangiare in un ambiente più tranquillo possible, senza discussioni, commensali lamentosi o aggressivi, magari con persone piacevoli.

C’è un concetto della meditazione mindful che mi ha colpito: quello di imparare a guardarsi con occhio amorevole, senza giudizio. Il mindful eating fa qualcosa del genere per il cibo: riporta gentilezza e serenità nel rapporto con il cibo, a cui sottende il rapporto che abbiamo con noi stessi. Possiamo mangiare qualsiasi cosa, a patto che il nostro corpo la recepisca bene, ovvero che sia buona per noi.

C’è solo un piccolo difetto: l’attenzione al cibo, la concentrazione su ogni boccone rivela gusto e retrogusto di quello che mangiamo, e quel cibo che ci sembrava così buono divorato senza attenzione davanti al pc o trangugiato trotterellando verso il nuovo appuntamento della giornata, può rivelare all’improvviso sfumature sgradevoli: insomma potreste diventare molto esigenti.

Tornando al mio weekend, domenica sono passata a sentire la prima giornata dell’edizione 2015 di Identità golose, tema: Una sana intelligenza.

Ho notato con sorpresa, e anche con piacere, il ritorno di temi familiari.

Nella presentazione di Paolo Marchi,  torna sotto altri nomi un inno alla consapevolezza: il consumatore che sa scegliere, attento alla qualità, che “guarda al benessere complessivo, il suo e quello di cosa ha deciso di mettere nel piatto.”

Non solo: si ribadisce l’importanza del piacere della tavola, della masticazione (!), con una cucina che sia attenta a rispettare corpo e salute. “L’intelligenza sta tutta nella capacità di star golosamente bene mangiando salute”, conclude.

Visto che stiamo parlando del più importante congresso nazionale di alta cucina, con “mangiare salute” non si intende certo mangiare verdure al vapore. Parliamo di grande cucina che può e vuole evitare orpelli inutili, attenta all’impatto del cibo sul corpo, alla gratificazione del palato, certo, ma anche a quello che lascia da smaltire all’apparato digerente.

Bellissimo. E perfettamente in sintonia con il mindful eating.

Infatti, se l’alimentazione mindful aumenta la percezione delle sfumature del gusto, quale miglior accostamento se non con l’alta cucina, pensata con intelligenza e attenzione?

Un posto dove gli chef sono consapevoli e ispirati e dove i commensali mangiano con profonda comprensione e godimento dei  piatti, senza sprechi, beh, a me sembra proprio il posto migliore per passare del tempo, persino per un apericena.

Se volete sperimentare di persona, ecco le date dei prossimi workshop di mindful eating, che si svolgeranno a Milano, all’interno del progetto Semplicemente Mindfulness:

 

 

Credits: photo from shutterstock

La verità, vi prego, sulle diete. Appunti di mindfulness alimentare

dieta

dieta L’insieme dei nutrienti ingeriti dall’uomo, o da un gruppo etnico, per soddisfare il bisogno alimentare (per es., d. mediterranea), intesa in tal caso come concetto legato allo stile di vita. Più spesso s’intende per d. una limitazione alimentare, proposta dal medico o spontaneamente adottata, in riferimento soprattutto al totale calorico (d. dimagrante)
Fonte: treccani.it

In principio erano le diete dimagranti.

Nemmeno ci sfiorava il pensiero che la Sacra Parola potesse avere altri significati, se non quello di ingenerare privazioni e fastidi al grido di “Se bella vuoi apparire un po’ devi soffrire”.

Ho sacrificato il mio giusto tributo di carboidrati sull’altare della dieta a punti/dissociata/con doppio carpiato senza rete. Poi per fortuna sono passata alle intolleranze, che mi hanno tolto di tutto, ma almeno potevo mangiare in pace i cibi residui. E stavo meglio, dimagrivo persino.

È stato allora che ho capito il senso di “insieme di scelte alimentari”, e ho cominciato a intuire un panorama più vasto, in cui conta la qualità del cibo, non solo le calorie, e in cui il sovrappeso esattamente come il mal di stomaco siano semplicemente un sintomo del proprio stato di salute.

Nel frattempo però mi sono innamorata delle meraviglie della grande cucina, dei grandi vini. Mi domandavo confusa che cosa avrei dovuto mangiare. Davvero la scelta era tra cibi ottimi al palato e quelli giusti per la mia salute?

Sul mio cammino ho incontrato molte persone che sostenevano di aver trovato La risposta.

Amici vegani, crudisti, macrobiotici, ayurvedici, seguaci della dieta dei gruppi sanguigni, della dieta basico-alcalina, ma anche gourmet inveterati, sacerdoti dell’ateismo calorico, portatori sani di metabolismi d’acciaio.

Li ho ascoltati tutti.

Ho mangiato da grandi chef e in piccole trattorie, ma anche vegano e vegetariano; conosco bene la cucina naturale, ho lavorato in un centro macrobiotico, mi sono interessata di ayurveda; ho provato la cucina crudista e pure la dieta dei gruppi sanguigni.

Mi manca la dietetica cinese, il fruttarianesimo e la paleodieta e più o meno mi sono fatta un’idea un po’ su tutto, ma su ultimi questi due non vi prometto nulla.

E, vi dirò: mi è pure piaciuto tutto.
Mi sento di confermare che c’è del buono ovunque.

Quello che complica le cose, a mio parere, è quando le diete diventano stile di vita, non più solo scelta personale, e cominciano a richiedere diritti e doveri: individuano un manipolo di cibi malefici™, che praticamente appena li mangi sei già gravissimo (i peggiori basta solo guardarli), e ovviamente di una serie di cibi-che-fanno-benissimo™, che dovresti mangiarli dalla mattina alla sera, e a volte condiscono pure il tutto con anatemi assortiti contro gli altri stili alimentari.

Non so. Sarà che ho un nugolo di valenti pianeti in sagittario e le soluzioni definitive mi danno il prurito alla faretra, sarà che non posso rassegnarmi, per esempio, al fatto che un’opera di genio umano come lo chèvre cendré, ma anche tutto il formaggio, sia da bandire per sempre dalle nostre vite, colesterolo o no.

Mi ha fatto molto riflettere invece l’approccio della mindfulness, e la tesi che l’atto del mangiare non sia solo la mera introduzione di cibo in bocca, né solo la qualità del cibo che mettiamo in bocca, ma anche tutte le emozioni che ingoiamo durante il pasto e forse anche un pizzico di quelle ci chi l’ha cucinato (momento di realismo magico offerto dalla casa).

È fondamentale scegliere cibi di qualità, certo, così come mangiare al meglio possibile.

Ma: mangiare al meglio per me implica cibi differenti per il mio vicino di tavola. Per varie ragioni in quel momento il suo organismo potrebbe aver bisogno di latte e ricotta e il mio di brasato al vino rosso o insalata di sedano rapa e carote.

Non solo: implica anche digerire le emozioni che accompagnano il pasto. Mangiare distrattamente, mentre si discute, ci si innervosisce, mentre sia ascoltano cattive notizie alla TV, guardando il cellulare, oppure in luoghi affollati, rumorosi, disturbanti, accorgendosi a malapena di quello che stiamo facendo impatta sul nostro corpo tanto quanto quello che abbiamo nel piatto, se non di più.

E anche: con quale intenzione stiamo mangiando: per godere a pieno del cibo oppure per stress, per noia, per reprimere al rabbia, perché siamo tristi e abbiamo bisogno di consolarci?

Più che stare una vita ad eliminare questo e quello, penso che dovremmo tutti imparare ad ascoltarci: c’è una voce, nel nostro corpo, una saggezza interiore che sa benissimo di cosa e di quanto abbiamo bisogno. Niente di complicato, peraltro. Dietro la voglia di sushi può esserci il bisogno di vitamina B12, dietro quello  di mandorle di vitamina E, e così via.

Certo, se la vocina vi sussurra di darci dentro con le chips o la crema spalmabile al succedaneo di cioccolato, allora vi devo deludere: quella non è la vostra voce interiore, ma la registrazione degli spot con cui vi hanno martellato negli anni. L’ho detto, vogliatemi bene lo stesso.

Dire che dovremmo mangiare tutti crudista, o gourmet, o vegano, o solo biologico, o al contrario fregarcene completamente, per me ha lo stesso senso di dire che dovremmo portare tutti il 39 di scarpe o il 42 di pantaloni: pochi ci staranno davvero comodi, ma la maggior parte abbastanza male, se non proprio sofferenti. E non avremo risolto nulla.

È che la nostra dieta ce la dobbiamo costruire pezzo per pezzo esattamente come il nostro guardaroba.

E nessuno se lo può misurare al posto nostro.

P.S. Sentite cosa dice in proposito la neuroscenziata Sandra Aamodt su Ted Talks.

Credit: photo da Shutterstock

Tutto quello che avreste voluto sapere sulla cucina afrodisiaca ma non avete mai osato chiedere? Ve lo spiego io!

collageA volte bisogna avere il coraggio di farsi delle domande scomode, delle domande che scavano nella profondità del nostro animo.

Tipo: ma i cibi afrodisiaci funzionano davvero?

Esistono in natura alimenti che hanno il potere di trasformare persone totalmente indifferenti al vostro fascino in amanti incontenibili nel tempo di una masticazione?

Visto che mi diverto a guardare il cibo da altre angolazioni, inclusa quella psico-sociologica, me lo sono chiesta pure io.

La tradizione attribuisce poteri di istigazione a delinquere della libido ad una serie di alimenti, anche molto comuni: aglio, sedano, cipolla, carote, ostriche, frutti di mare, pinoli, asparagi, aglio, cacao, peperoncino rosso, tartufo, rucola, uova, banana, zenzero, rafano, origano, chiodi di garofano, tartufo, caviale, aragosta.

Alcuni di questi magari li mangiamo tutti i giorni, senza peraltro notare alterazioni degne di nota della quotidianità.

Eppure il mito degli afrodisiaci non si cheta, e si ripropone nei secoli.

Ma insomma, è tutta una leggenda o c’è davvero qualcosa sotto?

Se siete curiosi di saperne di più, il caso vuole che domenica 14 dicembre a Milano, al Fashion Camp, la sottoscritta tenga un workshop sulla cucina afrodisiaca e su come mettere assieme una cenetta indimenticabile.

Anzi, per l’esattezza:

Tutto quello che avreste voluto sapere sulla cucina afrodisiaca ma non avete mai osato chiedere!

Afrodisiaci: storia, curiosità & istruzioni per l’uso. Un workshop per scoprire i segreti millenari della cucina che ambisce ad aumentare il desiderio. Tra gli argomenti:  quali sono i cibi che accendono la passione? Come funzionano? Come si prepara una cena afrodisiaca? Quali sono gli errori da evitare? E molto altro.

Per iscrizioni basta scrivere a redazione@fashioncamp.it con oggetto ‘Workshop Cucina Afrodisiaca’.

Coordinate spaziotemporali:

LUOGO: Spazio Asti Kitchen, via Asti 17, Milano

DATA:14/12/2014

ORA:16.00 – 18.00

Vi aspetto. Io sono quella dietro gli alambicchi, a fianco delle pozioni magiche.

Credits: ameno collage di mia creazione, immagini dal web.

Il cibo, il sesso e la gente che si fotografa il piatto [Attenzione: contiene sessuologi francesi]

foodpornIncredibile, c’è ancora gente che si diverte moltissimo con quei sondaggi perdigiorno in cui si va in giro a chiedere al prossimo se preferisca il cibo al sesso e altre amenità del genere.

Gente, tipo me per esempio.

Figuratevi quando sono incappata nell’articolato sondaggio di Grazia Magazine edizione francese, interamente dedito ad indagare se l’erotizzazione imperante del cibo (qualcuno ha detto food porn?) sia un segnale che i piaceri dei sensi stiano perdendo terreno rispetto a quelli della tavola.

Tutte le prove sembrerebbero dimostrarlo, dicono, a partire da una ricerca americana sull’abitudine di fotografarsi il piatto prima di mangiare: la sua funzione è di aumentare il piacere, senza smettere di stimolare i sensi. Esattamente come i preliminari, dicono.

Ma veniamo al nostro sondaggio, ché i suoi molti e piacevoli spunti di conversazione vi permetteranno di far ridacchiare i vostri ospiti per buona parte della cena, un po’ imbarazzati ma con gli occhi insolitamente brillanti.

Vi ho selezionato qualche assaggino.

Tipo: nel sondaggio, 1 donna su 4 e 1 uomo su 8 sostiene di provare più piacere mangiando che facendo sesso.

Il sessuologo francese Gérard Leleu non è stupito: “Chimicamente, nel cervello succede la stessa cosa quando abbiamo un orgasmo culinario o quando abbiamo un orgasmo sessuale”. Sarebbe un po’ come masturbare l’ipotalamo, continua, con il vantaggio di poter indugiare nella pratica anche in pubblico.

Spunti di conversazione: Gli orgasmi culinari valgono se sono al di sotto delle 1000 calorie? La nascita in Francia vale come bonus per i sessuologi?

Poi: 2/3 degli intervistati preferirebbero privarsi di una notte di sesso piuttosto che di una cena in un grande ristorante.

Spunto di conversazione: ma se ne priverebbero anche dovendo pagare il conto?

E ancora: più del 50% delle intervistate sostengono di essere disposte a rinunciare al sesso per sempre in cambio della certezza di non ingrassare mai più.

Spunto di conversazione: ma quanto era abile il press agent che si è inventato il mito della dieta francese (NdA: la leggenda che le donne francesi pur pasteggiando a vino rosso e camembert non ingrassino mai)?

La questione è semplice, conclude l’articolo: più il cibo è grasso, più viene condannato dagli esperti di nutrizione, più il suo consumo prende una sorta di valenza trasgressiva, in qualche modo erotica quanto il sesso. Con in più il vantaggio, dicono, di un tasso di soddisfazione più alto e più costante.

Irresistibilmente intrigati? Il resto di questo simpatico sondaggio lo trovate qui.

Bon, io quasi quasi me lo spendo alla prossima cena natalizia.

Credits: dettaglio di una foto di Cookbookqueen, da Flickr

Alla ricerca dell’avocado perfetto

avocadoDicono che le prime volte siano indimenticabili, specie quelle foriere di piaceri superlativi.

Beh, non è vero: io il mio primo avocado mica me lo ricordo.

A mia parziale scusante potrei convenire che, se l’assaggio è avvenuto in terra italica, deve esser stato abbastanza modesto.

A lungo ho creduto infatti che l’avocado fosse un frutto simpatico ma un po’ gommoso, scocciante da sbucciare, buono solo se frullato e abbondantemente condito.

E invece.

L’avocado perfetto, quello maturo al punto giusto, è profumato e burroso, verde brillane all’esterno e giallo allegro all’interno. Il seme è lucido, senza rigonfiamenti sospetti e basta un cucchiaio per staccarne con facilità tutta la polpa. Il gusto è leggermente nocciolato, cremoso, morbido, senza retrogusti acidi o indecisioni di sorta e basta una spruzzata di lime e un pizzico di sale per farne un piatto irresistibile.

Ho dovuto viaggiare il mondo per capire che cosa fosse esattamente la poesia vegetale di un avocado perfetto.

Ho scoperto che di solito ha a che fare con le miglia volate dal meraviglioso frutto, che devono essere rigorosamente meno delle tue.

Infatti i migliori li ho mangiati in America, generosamente rifornita di avocados dal vicino Messico, e in Sudafrica, paese produttore, le cui immagini di supermercati con banconi stracarichi di quei frutti divini quasi gratis ancora turbanono le mie notti insonni di avo-dipendente.

Ma soprattutto ho capito una cosa: che “l’avocado perfetto” è una tautologia.

L’avocado racchiude in sé la quintessenza della perfezione: solo, la esprime meglio quando lo si consuma nelle sue condizioni migliori, cioé prima che abbia fatto in tempo a richiedere la tessera frequent flyer.

Alcuni segni incontrovertibili della superiorità dell’avocado:

  1.  l’avocado sta divinamente con tutto: magnico con il pesce, ottimo con la carne, sta bene con i formaggi, è fantastico con il riso, le uova, funziona con l’insalate e nelle paste fredde, oltre a contribuire alla creazione di dolci meravigliosi;
  2. l’avocado è adatto a celici, intolleranti al lattosio, al lievito,  vegetariani, vegani, allergici al nichel. È perfettto per i crudisti e accettato dai macrobiotici (anche se non con l’entusiasmo che meriterebbe); a meno di sfortunate allergie al medesimo (non riesco nemmeno a scriverlo!) è ottimo per tutti;
  3. consumato regolarmente l’avocado fa benissimo: senza far nulla viene una pelle bellissima (ché non è mica un caso se molte preparazioni erboristiche contengono l’olio di avocado).
  4. fa bene allo spirito: mangiarlo, notoriamente, mette il buonumore. Almeno, a me fa sempre questo effetto.

La sua declinazione più nota, il guacamole, condito con una spuzzata di lime, erba cipollina (e, se compatibile con i vostri commensali, una punta di paprika affumicata, tipo Chipotle o Pimenton de La Vera) è un piatto che fa contenti tutti, dai crudisti ai gourmet più inveterati, passando più o meno per tutte le allergie, intolleranze e limitazioni gastronomiche di ogni genere.

Avercene qualsiasicose che mettano d’accordo tutti quanti con questa stessa soddisfazione!

Credits: foto da PositiveMed.com