[08/05/14] Tea time is back: tè, biscotti e letteratura al Fuorisalone di Torino

tea_time_is_backGiovedì 8 maggio dalle 18 alle 20, che fate?

Se siete a Torino, stanchi dopo una giornata di Salone del libro ma ancora affamati di cultura e non solo, venite a trovarci!

In compagnia dei talentuosi Tour de Fork, menti creative dietro alcuni dei più originali eventi food del momento, diamo vita ad un evento per il Fuorisalone.

Presso lo shop di Max & Co. in via Roma 69, dalle 18 alle 20 loro terranno un workshop creativo sui biscotti.

Mentre provvederanno alla vostra voglia di dolce, io nutrirò la vostra fame di cultura con una serie di citazioni d’autore sui dolci e sui biscotti sia inedite che tratte dal mio libro Invito a cena con aforisma pubblicato nel 2011 per Il leone verde.

Ovviamente con guanti e cappellino, come si conviene ad una signorina a modo.

Coordinate spaziotemporali:
Max & Co. store Torino
Giovedì 8 maggio
via Roma 69
orario dalle 18 alle 20

Pasquetta con stile. Con food style.

picnic2Ci sono arrivata pure io. Con un balzo evolutivo di una certa entità, ho smesso di esprimermi a gesti e sono passata al figurativo. Ho cominciato a disegnare le mie idee balzan… ehm creative per meglio chiarirle ai miei perplessi interlocutori.

Oh, incredibile! Funziona!

Incoraggiata da questo successo comunicativo con oggi le inserisco pure nel mio blogghino, approfittando delle richieste d’aiuto che ricevuto in questi giorni per una pasquetta in stile.

Et voila! Ecco i miei tips, corredati da apposite illustrazioni esplicative vergate di mio pugno.
Ma non temete! Anche se a volte mi diletto in cose complicate, stavolta sono idee velocissime, massima resa, minima sbatta, come dicono i ggiovani.

Food styling per Pasquetta

1) Sbizzarritevi con i piatti!

picnic1I piatti di plastica sono antiecologici, ma sopratutto brutti. Per cambiare, usate i bicchierini da finger food riutilizzabili, con le vivande gia porzionate. Io trovo bellissimi quelli quadrati (disegno a fianco): qualsiasi cibo ci mettiate dentro, dall’insalata di cereali e verdure al cous cous, dalla caprese in dadini al gazpacho con crostini, diventa subito carino. Se poi lo guarnite in cima con un rametto di erbe aromatiche (dal timo all’erba cipollina) o una manciata di crostini, l’effetto chic è assicurato. Fate solo attenzione al trasporto: se non hanno coperchio dovrete fasciarli con la pellicola per alimenti.
Potete provare anche dei contenitori insoliti, come i vasetti di vetro (disegno sopra) o i vasi a chiusura ermetica di piccole dimensioni: avrete tutto già porzionato e, grazie ai coperchi, comodissimo da trasportare.
E li potete usare sia per il dolce che per il salato! Effetto garantito!

2) Piccolo è bello

picnic41Se optate per i classici secondi già pronti, come le cotolette, preparatele di dimensioni piccole come una noce: saranno graziosissime e comode da mangiare, senza bisogno di coltelli né forchette: basta uno spiedino. Con queste dimensioni le potete servire anche nei contenitori di cui sopra.
Se optate per dolci da forno, provate la versione mini in piccoli pirottini, sia di muffin dolci e salati che di torte monporzionate. Saranno carinissim servite su un vassoio o un alzatina colorata (ce ne sono di cartone smontabili molto carine) inframezzate con qualche fiore colto al momento (disegno a fianco).

3) La riscoperta dello spiedino

picnic3Non serve solo in presenza di barbeque, anzi! Provatelo per servire polpettine formato mini (di carne, ma anche di pesce, verdura o tofu), infilzate 3 a tre, o magari due, alternate ad un pomodorino cherry o ad una fetta di zucchina arrosto.
Sono divertenti anche per servire una frittata, opportunamente tagliata a cubettoni, ma anche il formaggio, magari alternato a verdure grigliate, (così evitate anche impicci con croste e scarti) e, ovviamente sono perfetti anche per la frutta (disegno a fianco).
Per servire, li potete infilate in semplici bicchieri di vetro e metterli al centro della tavola: saranno una decorazione simpatica (disegno sotto).

4) A tavola!

picnic5Quanto alla tavola, poche e semplici coordinate: scegliete un colore base, per esempio il verde e usatelo per tovaglia, tovaglioli e paitti di portata. Per il resto fate un piccolo sforzo e portate i piatti di ceramica bianca e le posate di metallo di casa: saranno molto più belle e l’ambiente ve ne sarà grato. Con il cibo già porzionato, basterà un piatto e una forchetta a testa, al limite un cucchiaio per il dessert. Se poi riuscite anche a usare tovaglie e tovaglili di tessuto, ancora meglio: il vostro picnic di Pasquetta sarà davvero chic!

In ogni caso, qualsiasi cosa facciate, buon divertimento!

Scoop! Andy Warhol era un food stylist

wildraspberries_warholfrankfurt6Capita: si è giovani, inesperti del mondo ed è un attimo cadere nel gorgo della perdizione.

È capitato anche al buon Andy Warhol.

Aveva da poco girato la boa dei 30 anni e non era ancora l’artistar che tutti conosciamo. Era invece un artista freelance per la casa editrice Doubleday, per cui illustrò, tra le altre cose, dei libri per bambini.

Suzie Frankfurt, socialite e interior design newyorchese, notò alcuni suoi acquarelli ad una mostra a Manhattan, e volle conoscerlo.

Divennero subito amici e decisero, tra le altre cose, che avrebbero realizzato un libro di cucina assieme.

gretagarbo_omeletteBeh, libro di cucina.

Era un progetto grafico-umoristico sotto mentite spoglie, un divertissement estetico travestito da libro di cucina.

Il libro, dal titolo Wild Raspberries, colto e spiritoso omaggio a Wild Strawberries di Bergman (in italiano: Il posto delle fragole), era una sottile presa in giro dei libri di cucina francese un po’ pretenziosi di moda in quegli anni.

Le ricette, in verità, sono dei pretesti per scatenare la creatività di Warhol in presentazioni sorprendenti e stilose,  che sono poi il vero cuore del libro.

Wild Rasberries è un lavoro (anche) di food styling, poiché il fulcro di ogni ricetta è l’aspetto estetico che Warhl aveva in mente, non l’eperienza gastronomica. Le preparazioni sono indicate molto genericamente, spesso senza ingredienti o procedimenti: più che ricette sono assemblaggi estetizzanti di diverse preparazioni, che creano atmosfere, spesso omaggiando celebrities dell’epoca, mentre strizzano l’occhio con ironia all’alta borghesia di Manhattan.

Prendete il Gateau di marzapane di Dorothy Kilgallen (disegno 1).

[disclaimer: traduzioni mie,  al netto degli errori di spelling e delle difficoltà di lettura della grafia]

Per coloro che sono in grado di assicurarsi un  frigo portatile da Abercrombie & Fitch, questo dolce è perfetto per i picnic improvvisati in campagna. Cuocere una grossa torta di marzapane in uno stampo ovale da 13 pollici, e dell’impasto per brandy snap tagliato a striscie e intrecciato.
Sfornarlo e dargli la forma di manico per questo cestino dolce; decorarlo con mandorle, ciliegie aromatizzate alla menta,  fragole di marzapane. Farcire il dolce con [palline di] gelato al pisatcchio e rosette di marzapane. Di sicuro successo nelle gite in barca a vela sul lago.

o la ricetta dellIguana andalusa arrosto:

Poiché questa ricetta non si incontra sul mercato americano e si trova [solo] nei migliori negozi delle isole Galapagos, è superfluo fornire la ricetta della sua preparaione. Sia sufficiente dire che è preparata come la lucertola burmese.

o l’Omelette Greta Garbo (disegno 2):

Preparare uno strato di genoise e farcire con del gelato rosa. Ricoprire con della meringa e far dorare al forno velocemente. Prima di servire versare sulla meringa un bicchiere di kisch e flambare. Va consumato rigorosamente da soli,  al lume di candela.

o il Baked Hawaii (disegno 3):

Ricoprire un tagliere con della carta e disporvi sopra uno strato sottile di pan di spagna. Versarvi sopra un quarto [ndt circa un chilo]  di gelato al limone e ricoprire l’intera superficie con una meringa verde pisello. Passare l’Hawaaii in un forno caldissimo, giusto il tempo di farlo dorare. Decorare con un’orchidea, papaya a fette, uno o due perizomi [sic?]  e servire immediatamente. È un meraviglioso suggerimento per il vostro prossimo luau.

E via zuzzurellando.

Ibaked_hawaiil libro venne prodotto in sole 34 copie, tutte fatte a mano (Warhol disegnava, Suzie scriveva le ricette, la madre di lui, Julia Warhola, le ricopiava in calligrafia e alcuni ragazzi le coloravano), probabilmente con l’ambizione di dare fama ai suoi autori.

I piani non andarono per il verso giusto: questo gustoso libriccino finì per risolvere ai due i regali di Natale del ’59-’60.

Sino a quando, di recente, il figlio della Frankfurt, Jamie, riscoprì il libro e trovò una casa editrice che lo ripublicasse.

Andy comunque non si fece scoraggiare dalla sua esperienza negativa con il food styling e divenne un artista multimilionario di fama mondiale.

Sono sicura che in questa faccenda c’è una lezione di vita.

Credits: info & immagini da Brainpickings

L’hamburger gourmet di Hemingway

hemingway recipeAvete presente la classica immagine dello scrittore emaciato, inappetente, talmente divorato dall’Arte da dimenticare quelle abitudini borghesi, quali i tre pasti quotidiani?

Ecco, dev’essere stato un mito abilmente orchestrato da qualche press agent ante litteram.

Più indago la relazione tra scrittori e cibo e più trovo raffinati buongustai, intenditori, fini gourmet, oltre che le immancabili buone forchette – anche se, sì, spesso squattrinati.

Non era sicuramente Hemingway, ad ogni modo.

La sua descrizione di vino e ostriche in A Movable Feast è appassionata e contagiosa. Qualche hanno fa la inclusi con entusiasmo in Invito a cena con Aforisma: era una delle più belle.

Anche la sua ricetta per l’hamburger non scherza affatto.

Apprendo dalla BBC che la John F. Kennedy Presidential Library ha reso disponibile in digitale diversi documenti appartenuti allo scrittore, tra cui anche la succitata ricetta (cliccare sulla foto sopra).

Battuta a macchina dalla quarta moglie Mary, anticipa di circa sessanta anni la nouvelle vague dell’hamburger gourmet milanese, e osserva, incontrovertibilmente:

Non c’è ragione per cui un hamburger cotto in padella debba venir fuori grigio e oleoso, sottile come un foglio di carta e senza sapore. Possiamo aggiungere ogni sorta di delizie e sapori alla carne macinata…

L’hamburger preferito dal suo celebre marito era davvero gourmet. La carne era insaporita con aglio, cipolla, india relish (una sorta di composta speziata e aromatica, sul genere chutney; qui un’interessante ricostruzione), capperi, vino rosso o bianco, un uovo e diversi insaporitori di cui specifica persino la marca: Spice island, ancora sul mercato per i fan della filologia gastronomica.

Si tratta di salvia in polvere, del mix beau monde (a base di sedano, cipolla, sale e zucchero) e della Mei Yen powder, ora fuori produzione che, secondo Dangerous minds, era un mix di nove parti di sale, nove di zucchero e due di glutammato.

A mano, si annota di aggiungere anche prosciutto cotto, salsa di soia, pomodori e, se non leggo male, del cumino.

E mi raccomando: l’hamburger deve essere marrone e croccante all’esterno e rosa e succoso all’interno.

Chissà se aiuta a scrivere capolavori.

Credits: photo dal post della BBC (link sopra), courtesy of  John F. Kennedy Library Hemingway Collection

 

 

 

 

 

 

Il sesto gusto dopo l’umami (Borges, il cibo e Cape Town)

720cape_malay_(438_x_315)_(328_x_236)Il grande Jorge Luis Borges scrisse tutta la vita del mistero dell‘inconoscibile che gioca a nascondino tra le pieghe della realtà.

Non parlò mai, però, dell’enigma della Matriciana, né delle generazioni che da secoli si interrogano sul significato esoterico del guanciale.

Forse perché non scrisse mai di cibo.

Strano: avrebbe avuto molto materiale. L’esperienza gastronomica è piena di tanti piccoli Aleph, come li chiamava lui, in cui la memoria e l’esperienza si sovrappongono e si confondono, in una dimensione che li comprende tutti contemporaneamente.

bokaapLa prima volta mi capitò quando assaggiai le mince pies. Ero a Londra, era quasi Natale e c’era la neve, ma quelle sconosciute tortine mi riportarono, contro ogni mio volere o aspettativa (che era invece di approfondimento della cultura britannica) in Sardegna, e quelle pies si sovrapposero in un istante al pan’e saba. Esistevano contemporaneamente: erano una cosa uguale e diversa allo stesso tempo.

Galeotta fu la sapa, e chi ce la mise.

L‘ultima volta mi è successo di recente a Cape Town.

C’è una cucina strana, da queste parti: si chiama Cape Malay e prende il nome dalla comunità omonima che vive nel coloratissimo quartiere di Bo Kaap (vedi foto sopra).

I loro antenati giunsero in Sudafrica come schiavi, con biglietto omaggio della Compagnia olandese delle Indie orientali,  dall’attuale Indonesia, soprattutto da Giava e da Malacca, e da tutte le numerose colonie indiane.

Cape Town era una stazione di rifornimento, in posizione strategica tra l’Asia e l’Europa, dove le navi si fermavano per fare rifornimento e smistare merci e schiavi, mentre i marinai si sgranchivano le gambe. In quel punto di intersezione tra mondi così diversi, le varie etnie e culture si mischiarono: genti provenienti da Madascar, dall’Africa, dall’India meridionale, dall’Indocina  e da tutto l’arcipelago dell’Asia sudorientale.

Una storia molto simile a quella della cultura africana che si innesta in quella brasiliana, a Bahia, quella raccontata da Jorge Amado, di cui parlo nel mio libro In cucina con Dona Flor, dove l’immigrazione forzata di schiavi africani generò una serie di potenti contaminazioni con la cucina, musica, danza, la religione.

(non finirà mai di meravigliarmi quanto ogni cucina del mondo si porti scritti addosso i secoli di storia che l’hanno preceduta.)

La stessa cosa è successa in Sudafrica.

Prendete il bobotie, per esempio. È un piatto tradizionale molto antico e famoso, ed è una sorta di sformato di carne, speziato dolce-salato, con tanto di pedigree (secondo Wikipedia risale almeno al 1609!)

È anche un buon esempio di quell’Aleph gastronomico di cui parlavo prima, qualcosa che non assomiglia a nulla e allo stesso tempo assomiglia a tutto, che sembra contenere tutto. Il curry si mischia alle uvette, al peperoncino, la carne alle albicocche e alle cipolle, il tutto coperto di una crema di latte e uovo.

Idem per il tomato bredie, uno stufato di montone di origine olandese, profumato di cannella, cardamomo, zenzero e chiodi di garofano, zucchero e peperoncino, o per i Sosatie, spiedini di agnello o montone marinati con cipolle peperoncino, aglio, foglie di curry e tamarindo, cotti alla brace in compagnia di albicocche, cipolle, prugne e peperoni.

Mi arrendo: io questi sapori non ve li so descrivere.

La mia unica possibilità è che esista un sesto gusto dopo l’umami,  un gusto in cui dolce e salato si uniscono e creano qualcosa al di là di se stessi.

Se esiste, è qui.

 

Copyright: photo by Ignis2 @ outdoorphoto.co.za