Workshop gratuito di food styling sabato 26 ottobre a Milano

Se sabato 26 ottobre siete in giro dalle parti di Moscova, passate a a trovarmi!

Dalle ore 16, presso il Tescoma Store di Corso Garibaldi 73 a Milano, terrò un piccolo workshop di food styling e decorazione del piatto, in cui realizzerò alcune idee tratte dal mio libro Food Styling.

L‘ingresso è libero ma i posti sono limitati, perciò prenotate il vostro posto in prima fila al numero 02/801200.

Dite alla signorina che vi mando io.

Coordinate spaziotemporali:

Sabato 26 ottobre h 16,
c/o Tescoma store di Corso Garibaldi 73 Milano
per prenotare: 02/801200

Il cibo è il nuovo rock? Parliamone.

rock_for foodThe Indipendent dice che il food è il nuovo rock and roll.

Il Washington Post insinua che i foodies stiano lentamente uccidendo il rock.

Io dico che tra poco andrò a farmi un sushi. Però con Ziggy Stardust di David Bowie in sottofondo (già provato, ottimo connubio).

Non credo che food e rock siano in competizione, detto tra noi. Ma, amando assai entrambe le cose, mi son sempre divertita a investigare i punti di contatto.

Per fortuna gli amici di Karel Music Expo mi hanno dato retta.

Sabato 5 ottobre a Cagliari, alle 20.15, nella prestigiosa cornice del Teatro civico di Castello, inspiegabilmente mi affideranno il palco per discettare dell’argomento a me caro: il cibo nella musica rock.

L’evento si chiama Rock’n’food.

Tra le rivelazioni della serata, la ricetta dei Led Zeppelin per la crostata alla crema, quella dei Kinks per le patate, quella di Lou Reed per l‘egg cream, la colazione psichedelica dei Pink Floyd e la cena ideale dei REM. E molto altro.

Qui trovate il programma delle decinaia e decinaia di concerti ed eventi che allieteranno il ridente capoluogo sardo dal 3 al 6 ottobre.

Long live rock’n’roll!

Credits: rielaborazione mia di materiale dal web.

Cibo, sesso e impegno sociale. O dell’impossibilità di non amare Amado e di non scriverci un altro libro.

cucina_amadoAncora un’altro e poi smetto.

Mi trovo un hobby serio, tipo il decoupage o lo spinning.

Vedete, il problema è che ero molto giovane quando ho preso il vizio e ora è molto più difficile smettere.

Ho cominciato con la folgorazione per la contrada di Bengodi nel Decameron; poi c’è stata l’entusiasmo per la dieta del giovin signore del Parini, e insomma, quando fu il momento dei banchetti di Don Rodrigo e delle osterie di Renzo era già troppo tardi.

Avevo preso il vizio del cibo letterario.

Oggi sono al punto tale che non mi diverto se nel libro non c’è un pranzo abbondante o almeno una frase arguta su cibo e senso della vita.

Nel gorgo della perdizione, Jorge Amado è uno di quegli autori che mi han sempre dato grande conforto.

A parte uno straordinario talento narrativo e la capacità di tenere salda e ben irregimentata un’enorme materia narrativa, Amado era una buona forchetta e di cucina se ne intendeva tanto quanto di letteratura.

Le sue due più note protagoniste, Dona Flor e Gabriela, sono due donne belle e sensuali, ma anche due cuoche dallo straordinario istinto gastronomico che salta fuori quasi in ogni pagina dei rispettivi libri.

Cucina e sensualità per Amado vanno di pari passo: è proprio l’essere in sintonia con i propri sensi che rende queste donne tanto talentuose in cucina, insuperabili nel dosare sapori, profumi e consistenze. C’è un sottile fil rouge che lega il cibo al sesso, la cucina alla camera da letto, e lui lo dipana senza timore.

I suoi libri traboccano della sensualità e della cucina di Bahia, e tuttavia non sono per niente frivoli, come invece qualcuno sostiene: con una ironia lucidissima, Amado mette in luce le ingiustizie sociali, le contraddizioni della società e anche le disparità di trattamento tra uomini e donne.

Difficile non amarlo. Impossibile non scriverne.

Infatti da qualche giorno è uscito per Il leone verde In cucina con Dona Flor, il mio ultimo libro, in cui scrivo delle sue protagoniste – e cuoche – più note, del constesto storico di quegli anni, del potente legame con l’Africa che torna nella spiritualità, nella danza e, ovviamente, nella cucina baiana, in un viaggio letterario davvero affascinante.

Dai, scherzavo. Non posso smettere di scrivere queste cose.

Uomini piccoli e cibi enormi: Minimiam vs. Christofer Boffoli

boffoli_wintonwachter Correva l’anno del signore 2010 quando vi segnalai i meravigliosi Minimiam, autori di foto deliziosamente surreali in cui piccole figure umane sono alla prese con cibi enormi, di cui mi ero follemente innamorata.

Orbene, mentre i Minimiam operavano allegramente a Parigi, Christopher Boffoli, ho saputo di recente, si inventava esattamente la stessa cosa dalle parti di Seattle, anche lui con risultati spassosi.

La domanda sorge spontanea: si conosceranno, i tre (i Minimiam sono una coppia di artisti)? Sapranno dei rispettivi lavori?

Come tutti i grandi interrogativi della vita, non avevo che risposte vaghe, prima di scrivere questo post, se non quelle presenti sui rispettivi siti, da cui si evinceva che i Minimiam fossero in attività da molto prima di Boffoli.

Poi, potenza del web, sono stata contatta da Boffoli pirsonalmente di pirsona che mi ha spiegato essere in attività almeno dal 2002 e ha precisato di aver conosciuto i Minimiam solo poco tempo fa.

Peraltro, i Minimiam non aggiornano il sito da parecchio tempo e viene il dubbio che non siano più in attività, mentre il buon Boffoli ha appena pubblicato Big Appetites: Tiny People in a World of Big Food per Workman publishing (2013).

Il gioco concettuale è lo stesso: miniature umane su cibi che diventano giganti creando un effetto familiare e al tempo stesso spiazzante.

Boffoli, però, ci aggiunge anche delle didascalie che ne rinforzano lo humor, e che, mi scrive, sono altrettanto importanti per lui delle foto.

I Minimiam invece infondono un curioso sapore vintage alle foto. Sarà il potere del primo amore, chissà; io non posso che avere una preferenza imparziale per loro.

Quindi prendete appunti: se il vostro piatto vi sembra troppo poco metafisico, una manciata di omini in scala 1:32 et voila! anche un panzerotto può raggiungere vette liriche sconosciute.

Tutto questo è bellissimo.

Credits: invito della personale di Boffoli alla Winston Wächter Fine Art di New York, aperta sino al 13 luglio. Foto © dell’artista.

 

Food styling, invisibilità e altri superpoteri. Workshop per fotografi a Cagliari

super_food_stylistViste che sono una ragazza amante della scienza, ho fatto un’esperimento.

Durante il tour promozionale del mio penultimo libro, Food Styling, ho cominciato ogni presentazione chiedendo quanti dei presenti conoscessero il significato del titolo.

Non esattamente una folla oceanica.

Ma non sono stupita: è tipico dei lavori per cui sono necessari dei superpoteri.

Non ci credete? Ecco la lista dei principali.

Superpotere #1: la vista a raggi X

Gli umani rispondo a dei comandi atavici. Il cibo è uno di quelli. Sfortunatamente è anche il componente principale del lavoro di food styling.

Ora, se lavorate in un ufficio qualsiasi, nessuno si aggirerà attorno alla vostra scrivania cercando di rubarvi quella pratica a cui state lavorando per mangiarsela. A noialtri, sì.

Quello che gli altri recepiscono come cibo, con conseguente salivazione e succhi gastrici, per un food stylist è l’equivalente di quel rapporto che avete compilato stamattina, di quel file excell che state mettendo assieme proprio in questo momento.

La vista a raggi X è vitale per preservare il lavoro presente e assicurarsi di poter svolgere anche quello futuro, evitando ritardi negli scatti o nelle riprese per via dell‘inopportuno languorino di qualcuno che non capisce la differenza fra cibo e cibo-non-cibo.

Qualcosa tipo il senso di ragno di Spiderman.

Sarà utile tuttavia anche per individuare il microgranello di pepe sullo sfondo a sinistra, che sbilancia irrimediabilemente la composizione (autocit.)

Superpotere #2: l’invisibilità.

Questo è decisamente il superpotere più importante: il mio lavoro ha come scopo quello di non farsi notare.

Cioè, quando il piatto sembra naturale e appetitoso, allora il lavoro è stato fatto bene.

Questa particolarità probabilmente ha tratto in inganno qualcuno, qui nella nostra penisola, inducendoli a considerare il food styling solo una prova lampante della pigrizia del fotografo.

Del resto che ci vuole a portare il piatto sul set, che diamine? Due passi gli fanno pure bene!

Secondo costoro, per esempio, Jamie Oliver lavora senza food stylist, butta lì spontaneamente le robe in maniera carina. Chissà cosa ne pensano le sue tre food stylist.

Insomma, superpoteri a parte, c’è ancora da colmare qualche gap informativo.

Per questo ho accolto con piacere l’invito dell’associazione fotografica F/0 di raccontare cos’è il food styling e a cosa serve, visto che, nonostante i superpoteri, non salva il mondo.

Sarà giovedì 20 giugno alle ore 20.30, presso la sede dell’associazione. Ingresso riservato ai soci.