L’EXPO, il cioccolato e Matthew Mcconaughey

mcconaughey-vs-chocolateSabato 9 maggio alle 12 sarò ad Expo 2015.

Mi trovate al Teatro del Cluster Cacao e Cioccolato ospite del Cocoa and Chocolate Experience.

Parlerò del mio libro Cioccolato, passione italiana e della storia del cioccolato in Italia, con molte curiosità degne del miglior numero della Settimana Enigmistica.

Come al solito tratterò anche temi più prettamente filosofici, quali le somiglianze ontologiche tra Matthew Mc Conaughey e il cioccolato, chiaramente visibili nella foto in alto.

Non scherzo.

Cordinate spaziotemporali:
Expo 2015, sabato 9 maggio, h 12
@ Teatro del Cluster Cacao e Cioccolato
Cocoa and Chocolate Experience

Credits: mia arguta rielaborazione di fotogramma tratto dal film Magic Mike (2012) e foto dal web.

La lotta all’ultimo free drink. Appunti di psicologia delle masse al buffet.

È ricominciato il Salone del Mobile, e, come ogni volta, mi torna in mente un breve studio di uno degli allievi meno conosciuti di Freud, l’ingiustamente sottovalutato Bob O’Fairy. Attivo per un breve ma fruttoso lasso di tempo, O’Fairy lasciò poi la psicanalisi per dedicarsi all’allevamento di tonni, con la discutibile scusa che questi non sviluppavano alcun tipo di transfert.

L’ottimo O’Fairy ebbe l’idea del famoso studio durante la presentazione di Psicopatologia della vita quotidiana del suo maestro Sigmund Freud. Egli si accorse che, lungi dal prestare attenzione alla spiegazione del testo epocale, la gran parte degli astanti si accalcava al buffet della Sachertorte, spintonando e schiamazzando, tanto da arrecare disturbo ai lavori.

Pare addirittura che un esagitato, al momento delle domande, abbia chiesto polemicamente a Freud se il fatto di non aver ricevuto panna assieme alla sua porzione di Sacher, non avrebbe ingenerato in lui una sorta di nevrosi ansiosa da panna ogni qual volta avesse visto una torta al cioccolato.

Non è nota la risposta di Freud, ma si mormora che abbia fatto cenno a due dei suoi allievi più robusti di picchiarlo all’uscita.

La Psicologia delle masse al buffet di O’Fairy, parte dall’assunto che il cibo in grosse quantità riporti alla luce le pulsioni inconsce all’accumulo, pulsioni legate alla fase orale dello sviluppo, in cui il bambino si percepisce ancora come il centro del mondo.

Allo stesso modo, nella folla si attuerebbe una sorta di regressione collettiva in cui la massa diventa un’unico bambino gigante nel pieno sia della fase orale che dell’ora di pranzo, divendo così una creatura difficilmente arginabile, se non a suon di scapellotti.

Inoltre, poiché il bambino-massa si percepisce come una creatura singola, registra l’intero ammontare del cibo a disposizione come destinato a lui.

Al tempo stesso, però, percepisce a livello inconscio tutti i singoli componenti: ogni qualvolta qualcuno usufruisce di una singola porzione vive contemporamente il lutto per la perdita di una parte negata a lui e il lutto per la rottura dell’unità bambino-massa.

L’illuminante pamphlet, getta luce sugli oscuri meandri dell’inconscio e sulle pulsioni oscure che solo un tramezzino gratuito o un’assaggio di mousse sanno risvegliare in noi.

Avendo assistito a un qualsiasi aperitivo di presentazione, showcooking o degustazione gratuita, non si può che concordare con la teoria di O’Fairy.

Anzi, viene da chiedersi a quali vette i suoi studi sarebbero potuti arrivare, se non si fosse dato all’ittica.

Tuttavia, ci piace immaginarlo ancora lì, beato tra i suoi tonni, lontano dalla crudele lotta all’ultimo free drink.

Di bizzarre serie web, cuoche bionde e porzioni molto ridotte

barbieLo confesso, sono recidiva.

Era da qualche tempo che cercavo un pretesto per rimettermi a fare il cibo in scala 1:6, e alla fine l’ho trovato.

Si chiama Food Superheroine, vive su Youtube e non è che abbia dei veri superpoteri, a parte riuscire a far cucinare la Barbie.

È per colpa sua che autoprodotto e realizzato una sorta di micro serie web, Barbie’s Bizarre Cooking Show.

Beh, certo, poi c’è anche il mio progetto, sempre aperto, di cercare nuovi modi per parlare di cibo.

Per ora sono in cantiere 12 puntate, che pubblico ogni mercoledì in mattinata.

È una serie web di video in stop motion, divertenti e un po’ surreali, in cui Barbie cerca di volta in volta di cucinare ricette anche complicate, disturbata immancabilmente da visite da universi paralleli, dal T-Rex sino a Batman, da Peppa Pig sino agli omini Lego.

Qui c’è quanto pubblicato sinora:
Trailer
Episodio #1 – “Gourmet Sandwiches”
Episodio #2 – “Mystic Pizza”

Episodio #3 – “The Dark Pie”
Episodio #4 – “The Mud Pie”
Episodio #5 – “The Cupcake Job”
Episodio #6 – “Barbie Dreams of Sushi”
Episodio #7 – “Better Than Chocolate Cake”
Episodio #8 – “Raspberry Swirl”

C’è di buono che se non vi piace posso sempre dare la colpa alla mia amica immaginaria.

Credits: screenshot dall’episodio #2

Sane intelligenze. Dal mindful eating a Identità golose.

Heart of fruits and vegetablesQuando la sorte ci si mette a organizzare i weekend, amici miei, è proprio bravina.

Sabato, un corso che aspettavo da tempo: il primo di tre workshop sul Mindful eating, tenuto dalla nutrizionista Francesca Noli e la counselor Valeria Trabattoni.

Negli ultimi mesi ho fatto un po’ di esperimenti sulla mindfulness applicata al cibo e avevo voglia di saperne di più.

Di cosa si tratta? Il modo più veloce per tradurre mindful eating, evitando tre righe di perifrasi, è “alimentazione consapevole”, ma non rende il senso di presenza mentale senza costrizioni del termine originario: non si tratta di una dieta, non consiglia cibi da mangiare o da evitare.

È un cambio di approccio mentale.

Il problema non sta nel cibo, che di per sé è innocuo.
Il problema sta in quello che facciamo noi con il cibo.

Per esempio, diamo per scontato di mangiare perché abbiamo fame. Ma quale?
Diciamolo: ci sono molti tipi di fame, di cui quello fisiologico, l’appetito, è solo uno.

Gli altri hanno a che fare, per esempio, con lo stress, la rabbia repressa, le convinzioni, le abitudini; non più con il nudo bisogno del corpo di ingurgitare nutrienti per il suo sostegno fisico.

Le emozioni perturbanti, quel manipolo di filibustieri, generano un impulso a mangiare che non c’entra nulla con il gorgoglio imperioso dello stomaco in cui sgambetta un Alien di cattivo umore. Ci ingiungono di mangiare in fretta, in piedi, di distruggere a morsi voraci il nemico astutamente travestito da biscotto, cioccolato, chips, senza lasciarne traccia, e svelti!, ché gli agenti della SPECTRE sono alle costole.

Noi ubbidiamo, recalcitranti ma non troppo, perché quelli lì hanno modi spicci e convincenti, e poi ci troviamo ad angustiarci per le conseguenze: chili in più, ma anche digestione lenta, riflusso, colite, stipsi etc.

Il risultato è una coesistenza paradossale di ossessione e noncuranza, di piacere e senso di colpa, che ci tiene in perenne sudditanza, col pensiero in qualche modo intrappolato sul cibo.

Sì, angosciati sia dalla sua assenza che dalla sua presenza, dimentichi che un giorno, tanto tempo fa, il cibo è stato una fonte di piacere, di straordinaria gratificazione sensoriale.

Il mindful eating riporta un po’ d’ordine: fatta piazza pulita delle pessime ragioni per cui mangiare e delle modalità sbagliate con cui lo facciamo, resta un’esperienza gastronomica finalmente piacevole e appagante.

Non è una notizia è grandiosa? Spostando l’attenzione sul proprio benessere e usando il cibo come un mezzo, rimettendolo nel posto dove deve stare, il corpo fa pace con tutta l’esperienza del mangiare.

Volete fare un piccolo esperimento?

Al prossimo pasto, se già non lo fate, curate l’apparecchiatura, quindi sedetevi a tavola e, dopo qualche respiro, dedicate un attimo alla composizione del piatto, poi notate il profumo, la consistenza sul palato e sulla lingua.

Solo allora potete masticare, lentamente e serenamente. Dopo aver messo il cibo in bocca, poggiate la forchetta e restate concentrati sul boccone, facendo attenzione agli aromi, alla temperatura, alle sfumature di sapore.

Non riprendete la forchetta in mano sino a quando non avete inghiottito. Lo so che è dura fidarsi delle forchette sconosciute, ma non scapperà, ve lo prometto. Non saprebbe dove andare.
Mangiate solo sino a che avete fame e lasciate ciò che non volete nel piatto: se siete a casa, il cibo avanzato potete tenerlo per il pasto successivo, se siete fuori, a meno che non siate in un ristorante stellato, è difficile che avanziate qualcosa di imperdibile.
Infine cercate di mangiare in un ambiente più tranquillo possible, senza discussioni, commensali lamentosi o aggressivi, magari con persone piacevoli.

C’è un concetto della meditazione mindful che mi ha colpito: quello di imparare a guardarsi con occhio amorevole, senza giudizio. Il mindful eating fa qualcosa del genere per il cibo: riporta gentilezza e serenità nel rapporto con il cibo, a cui sottende il rapporto che abbiamo con noi stessi. Possiamo mangiare qualsiasi cosa, a patto che il nostro corpo la recepisca bene, ovvero che sia buona per noi.

C’è solo un piccolo difetto: l’attenzione al cibo, la concentrazione su ogni boccone rivela gusto e retrogusto di quello che mangiamo, e quel cibo che ci sembrava così buono divorato senza attenzione davanti al pc o trangugiato trotterellando verso il nuovo appuntamento della giornata, può rivelare all’improvviso sfumature sgradevoli: insomma potreste diventare molto esigenti.

Tornando al mio weekend, domenica sono passata a sentire la prima giornata dell’edizione 2015 di Identità golose, tema: Una sana intelligenza.

Ho notato con sorpresa, e anche con piacere, il ritorno di temi familiari.

Nella presentazione di Paolo Marchi,  torna sotto altri nomi un inno alla consapevolezza: il consumatore che sa scegliere, attento alla qualità, che “guarda al benessere complessivo, il suo e quello di cosa ha deciso di mettere nel piatto.”

Non solo: si ribadisce l’importanza del piacere della tavola, della masticazione (!), con una cucina che sia attenta a rispettare corpo e salute. “L’intelligenza sta tutta nella capacità di star golosamente bene mangiando salute”, conclude.

Visto che stiamo parlando del più importante congresso nazionale di alta cucina, con “mangiare salute” non si intende certo mangiare verdure al vapore. Parliamo di grande cucina che può e vuole evitare orpelli inutili, attenta all’impatto del cibo sul corpo, alla gratificazione del palato, certo, ma anche a quello che lascia da smaltire all’apparato digerente.

Bellissimo. E perfettamente in sintonia con il mindful eating.

Infatti, se l’alimentazione mindful aumenta la percezione delle sfumature del gusto, quale miglior accostamento se non con l’alta cucina, pensata con intelligenza e attenzione?

Un posto dove gli chef sono consapevoli e ispirati e dove i commensali mangiano con profonda comprensione e godimento dei  piatti, senza sprechi, beh, a me sembra proprio il posto migliore per passare del tempo, persino per un apericena.

Se volete sperimentare di persona, ecco le date dei prossimi workshop di mindful eating, che si svolgeranno a Milano, all’interno del progetto Semplicemente Mindfulness:

 

 

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