Appunti di psicologia dei forni (un altro inedito di Bob O’Fairy)

Questo è un post dedicato.

È per la mia amica Roberta che ha raggiunto un traguardo coraggioso.

Quasi quanto Bob O’Fairy.

Oltre all’ardito pamphlet sulla psicologia delle masse al buffet, infatti, per tutta la sua breve carriera, O’Fairy si è dedicato a studiare argomenti scomodi.

Ha scandagliato senza paura i fondali più oscuri dell’animo umano.

Ha indagato argomenti scottanti, che intimoriscono ancora oggi i più brillanti psicoterapeuti contemporanei.

Argomenti come la psicologia dei forni.

Fervente ammiratore di Freud, Bob si manteneva agli studi di psicologia lavorando alla caffetteria chiamata confidenzialmente Donau, (abbreviazione di Donaudampfschiffahrtsgesellschaftskapitän), proprio davanti alla clinica del Maestro.

O’Fairy assisteva spesso il mastro pasticciere Wolfgang Schwarzwald, creatore tra l’altro della celeberrima torta, nell’ingrato compito di manovrare i forni.

Fu allora che Il giovane Bob abbozzò le prime pagine della sua primissima opera, gli Appunti di psicologia dei forni.

Da quella esperienza, infatti, Bob era giunto alla conclusione che i forni soffrono di diverse nevrosi proprio come gli uomini.

Secondo i suoi studi, i forni nevrotici si dividono in 4 gruppi:

1) I forni con nevrosi isterica

Questi forni sono caratterizzati da una dissonanza cognitiva tra la manopola della temperatura e il reale riscaldamento interno del forno, che quest’ultimo decide inconsciamente in base alle pulsioni dell’Es o ad altre forze inintelligibili, note solo al subconscio del forno medesimo.

Terapia: in questi casi, O’Fairy ha teorizzato l’efficacia del dialogo maieiutico, specie se accompagnato da qualche calcione laterale.

2) I forni con nevrosi depressiva

Senza nessuna fiducia nel futuro e nella vita, questi forni investono inconsciamente tutto il loro potenziale esclusivamente sul loro grill inferiore, che li tiene simbolicamente vicino alla terra, facendoli sentire sicuri e protetti. Allo stesso tempo però, l’impossibilità di cuocere alcunché che non sia bruciato sotto e crudo sopra, continua ad alimentare il complesso di inferiorità che è alla base della nevrosi.

Terapia: anticipando le teorie comportamentali, O’Fairy, suggerisce di cuocere normalmente una pietanza per metà tempo, quindi rovesciare il forno e continuare la cottura per il resto del tempo. Con questo approccio il forno dovrebbe acquisire pian piano la consapevolezza delle proprie potenzialità, riprendendo fiducia in se stesso. Che al limite si può aiutare con qualche calcione laterale.

3) I forni con nevrosi ansiosa

Un’ansia divoratrice mina alla base le loro capacità. Sentendosi incapaci di scaldare un intero forno, tendono ad investire solo su una metà, di solito quella sinistra, collegata alle emozioni e alla creatività, mentre l’altra, depotenziata, resta a temperature di molto inferiori, con un conseguente squilibrio ansiogeno e la rovina sicura di qualsiasi pietanza.

Terapia: vista la condizione delicata di questo tipo di nevrosi, O’Fairy suggerisce di eliminare qualsiasi perdita di tempo e passare direttamente ai calcioni laterali. Da ambo le parti.

4) I forni con nevrosi fobica ansioso-depressiva.

Questo gruppo era stata teorizzato inizialmente da O’Fairy, studiando il caso del forno Helga, acquistato di seconda mano. Egli aveva ipotizzato un maltrattamento nell’età infantile, probabilmente per cuocere ceramiche o pasta di sale, che aveva reso il forno incapace di distinguere adeguatamente tra il caldo e il freddo e cuocere alcunché a temperatura stabile.

Terapia: A metà del brillante saggio O’Fairy si accorse che il libretto di istruzioni in svedese aveva anche una traduzione in tedesco e scoprì infine come usarlo correttamente.

Questo splendido saggio, tuttavia, sarebbe rimasto solo una serie di scarabocchi dietro ad un tovagliolino se un bel giorno Freud non fosse capitato in caffetteria proprio durante il suo turno.

Con un pretesto e una fetta di torta più generosa del solito, Bob si sedette al suo tavolo e gli spiegò lungamente e in dettaglio la sua teoria.

Quattro ore dopo, mentre si avviava alla conclusione, Bob fu licenziato dalla caffetteria e accolto tra i discepoli del buon Sigmund, che aveva apprezzato molto il suo spirito d’osservazione, la sua intraprendenza e le 3 ciliegine extra sulla sua fetta.

Credits: portrait of Bob O’Fairy (Courtesy of Ulmer O’Fairy Museum)

Guida Galattica alla cucina del Sistema Solare (con accenni di storia gastronomica dell’Impero)

guida galattica autostoppisti(brano inedito tratto dalla prima appendice alla guida galattica per gli autostoppisti, pagina4567890, sezione 9k. Registrazione: Sistema Solare)

Anticamente, molto prima dell’avvento della macchina nutrimatica, in tutto l’ex Impero era prassi comune che ciascuno dei megatrilioni di abitanti si scegliesse autonomamente il proprio cibo.

Per svariate volte al giorno ciascun abitante, a seconda dell’umore, delle tempeste magnetiche e delle tasse, decideva cosa mangiare senza affidarsi ad una macchina che facesse un analisi spettroscopica del suo metabolismo, scegliendo che cosa avesse maggiori probabilità di essere meglio digerito da lui.

Nessuna meraviglia che l’impero si sia estinto.

A quei tempi, uno dei posti più alla moda dove mangiare era il Sistema Solare. Da tutte le coordinate spaziotemporali, altairiani e actariani, doradiani e polariani si prendevano qualche anno luce sabbatico per fare il gastrotour del Sistema.

Dopo il prevedibile giro dei ristoranti mobili sugli anelli di Saturno, la visita accurata di tutti i festival gastronomici dei satelliti di Giove (nonostante le frotte di turisti schiamazzanti di Betelgeuse) e l’immancabile panino con la salamella di nebulosa all’uscita di Ios, il culmine del viaggio era un pianetino azzurro, fondamentalmente innocuo, chiamato Terra, tecnologicamente arretrato e con una popolazione pittoresca, ma molto vario quanto a condimenti e salse.

Presi dal languorino e dalla nostalgia del passato, molti rimpiangono quegli anni, dimenticando quale avanzamento di qualità della vita sia stata la nutrimatica, soprattutto per il ruolo, sottovalutato ma fondamentale, della gastronomia nella politica galattica.

Molti ignorano, per esempio, che la vera ragione del crollo dell’Ex impero non sia stata la lotta per il possesso dei giacimenti di tensur ii su Abell 2029, ma la lotta tra TReSS, olf 359 e Mayalll per l’assegnazione di tre asteroidi nella guida Mhlen, nella categoria Jorai, traducibile a spanne con “Pianeta dove si mangia bene ovunque”, titolo assegnato ad un solo pianeta per secolo.

Solo che gli abitanti di TReSS si nutrivano di forme pensiero, quelli di olf 359 di animali e piante che non avessero mai visto la luce dei loro 7 soli (per questioni religiose: i 7 soli erano la loro divinità) e su Mayalll di derivati della lavorazione dello zirconio.

Adell G. Yuup, famoso critico gastronomico di Mu Cephei, autore del bestseller “Le mie cene galattiche” e “Racconti di cene spaziali”, ha scritto in proposito:

“Come sempre in tutti gli scontri in cui si decide il migliore, avevano tutti e tre ragione. E tutti e tre torto. Su TReSS abbiamo gustato delle forme pensiero di banchetti infiniti davvero spettacolari, che in più avevano il pregio di non appesantire lo stomaco. Su olf 359, la cucina era un po’ spartana, ma sorprendentemente ingegnosa e i loro arrosti, tutte creature nutrite al caldo delle loro terre argillose al riparo dal clima gelido della superficie, erano davvero leggendari, a patto di non chiedersi cosa si stesse mangiando. Su Mayalll i cibi erano talmente impalpabili e delicati che finivano per assomigliare molto alle forme pensiero di TReSS, a parte un leggero retrogusto metallico. Ma nessuna delle tre popolazioni ha mai avuto modo di scoprirlo, perché nessuno di loro ha mai assaggiato cosa cucinasse l’altro prima di dichiararsi guerra.”

Che poi, per nutrirsi nella Galassia, alla fine basta un asciugamano.

Buon Towel Day!

Credits: immagine: dettaglio dalla locandina del film “Hitchhicker’s Guide to Galaxy” © Touchstone Pictures 2005

La crudele lotta all’ultimo free drink. Appunti di psicologia delle masse al buffet.

È ricominciato il Salone del Mobile, e, come ogni volta, mi torna in mente un breve studio di uno degli allievi meno conosciuti di Freud, l’ingiustamente sottovalutato Bob O’Fairy. Attivo per un breve ma fruttoso lasso di tempo, O’Fairy lasciò poi la psicanalisi per dedicarsi all’allevamento di tonni, con la discutibile scusa che questi non sviluppavano alcun tipo di transfert.

L’ottimo O’Fairy ebbe l’idea del famoso studio durante la presentazione di Psicopatologia della vita quotidiana del suo maestro Sigmund Freud. Egli si accorse che, lungi dal prestare attenzione alla spiegazione del testo epocale, la gran parte degli astanti si accalcava al buffet della Sachertorte, spintonando e schiamazzando, tanto da arrecare disturbo ai lavori.

Pare addirittura che un esagitato, al momento delle domande, abbia chiesto polemicamente a Freud se il fatto di non aver ricevuto panna assieme alla sua porzione di Sacher, non avrebbe ingenerato in lui una sorta di nevrosi ansiosa da panna ogni qual volta avesse visto una torta al cioccolato.

Non è nota la risposta di Freud, ma si mormora che abbia fatto cenno a due dei suoi allievi più robusti di picchiarlo all’uscita.

La Psicologia delle masse al buffet di O’Fairy, parte dall’assunto che il cibo in grosse quantità riporti alla luce le pulsioni inconsce all’accumulo, pulsioni legate alla fase orale dello sviluppo, in cui il bambino si percepisce ancora come il centro del mondo.

Allo stesso modo, nella folla si attuerebbe una sorta di regressione collettiva in cui la massa diventa un’unico bambino gigante nel pieno sia della fase orale che dell’ora di pranzo, divendo così una creatura difficilmente arginabile, se non a suon di scapellotti.

Inoltre, poiché il bambino-massa si percepisce come una creatura singola, registra l’intero ammontare del cibo a disposizione come destinato a lui.

Al tempo stesso, però, percepisce a livello inconscio tutti i singoli componenti: ogni qualvolta qualcuno usufruisce di una singola porzione vive contemporamente il lutto per la perdita di una parte negata a lui e il lutto per la rottura dell’unità bambino-massa.

L’illuminante pamphlet, getta luce sugli oscuri meandri dell’inconscio e sulle pulsioni oscure che solo un tramezzino gratuito o un’assaggio di mousse sanno risvegliare in noi.

Avendo assistito a un qualsiasi aperitivo di presentazione, showcooking o degustazione gratuita, non si può che concordare con la teoria di O’Fairy.

Anzi, viene da chiedersi a quali vette i suoi studi sarebbero potuti arrivare, se non si fosse dato all’ittica.

Tuttavia, ci piace immaginarlo ancora lì, beato tra i suoi tonni, lontano dalla crudele lotta all’ultimo free drink.

La verità, vi prego, sulle diete. Appunti di mindfulness alimentare

dieta

dieta L’insieme dei nutrienti ingeriti dall’uomo, o da un gruppo etnico, per soddisfare il bisogno alimentare (per es., d. mediterranea), intesa in tal caso come concetto legato allo stile di vita. Più spesso s’intende per d. una limitazione alimentare, proposta dal medico o spontaneamente adottata, in riferimento soprattutto al totale calorico (d. dimagrante)
Fonte: treccani.it

In principio erano le diete dimagranti.

Nemmeno ci sfiorava il pensiero che la Sacra Parola potesse avere altri significati, se non quello di ingenerare privazioni e fastidi al grido di “Se bella vuoi apparire un po’ devi soffrire”.

Ho sacrificato il mio giusto tributo di carboidrati sull’altare della dieta a punti/dissociata/con doppio carpiato senza rete. Poi per fortuna sono passata alle intolleranze, che mi hanno tolto di tutto, ma almeno potevo mangiare in pace i cibi residui. E stavo meglio, dimagrivo persino.

È stato allora che ho capito il senso di “insieme di scelte alimentari”, e ho cominciato a intuire un panorama più vasto, in cui conta la qualità del cibo, non solo le calorie, e in cui il sovrappeso esattamente come il mal di stomaco siano semplicemente un sintomo del proprio stato di salute.

Nel frattempo però mi sono innamorata delle meraviglie della grande cucina, dei grandi vini. Mi domandavo confusa che cosa avrei dovuto mangiare. Davvero la scelta era tra cibi ottimi al palato e quelli giusti per la mia salute?

Sul mio cammino ho incontrato molte persone che sostenevano di aver trovato La risposta.

Amici vegani, crudisti, macrobiotici, ayurvedici, seguaci della dieta dei gruppi sanguigni, della dieta basico-alcalina, ma anche gourmet inveterati, sacerdoti dell’ateismo calorico, portatori sani di metabolismi d’acciaio.

Li ho ascoltati tutti.

Ho mangiato da grandi chef e in piccole trattorie, ma anche vegano e vegetariano; conosco bene la cucina naturale, ho lavorato in un centro macrobiotico, mi sono interessata di ayurveda; ho provato la cucina crudista e pure la dieta dei gruppi sanguigni.

Mi manca la dietetica cinese, il fruttarianesimo e la paleodieta e più o meno mi sono fatta un’idea un po’ su tutto, ma su ultimi questi due non vi prometto nulla.

E, vi dirò: mi è pure piaciuto tutto.
Mi sento di confermare che c’è del buono ovunque.

Quello che complica le cose, a mio parere, è quando le diete diventano stile di vita, non più solo scelta personale, e cominciano a richiedere diritti e doveri: individuano un manipolo di cibi malefici™, che praticamente appena li mangi sei già gravissimo (i peggiori basta solo guardarli), e ovviamente di una serie di cibi-che-fanno-benissimo™, che dovresti mangiarli dalla mattina alla sera, e a volte condiscono pure il tutto con anatemi assortiti contro gli altri stili alimentari.

Non so. Sarà che ho un nugolo di valenti pianeti in sagittario e le soluzioni definitive mi danno il prurito alla faretra, sarà che non posso rassegnarmi, per esempio, al fatto che un’opera di genio umano come lo chèvre cendré, ma anche tutto il formaggio, sia da bandire per sempre dalle nostre vite, colesterolo o no.

Mi ha fatto molto riflettere invece l’approccio della mindfulness, e la tesi che l’atto del mangiare non sia solo la mera introduzione di cibo in bocca, né solo la qualità del cibo che mettiamo in bocca, ma anche tutte le emozioni che ingoiamo durante il pasto e forse anche un pizzico di quelle ci chi l’ha cucinato (momento di realismo magico offerto dalla casa).

È fondamentale scegliere cibi di qualità, certo, così come mangiare al meglio possibile.

Ma: mangiare al meglio per me implica cibi differenti per il mio vicino di tavola. Per varie ragioni in quel momento il suo organismo potrebbe aver bisogno di latte e ricotta e il mio di brasato al vino rosso o insalata di sedano rapa e carote.

Non solo: implica anche digerire le emozioni che accompagnano il pasto. Mangiare distrattamente, mentre si discute, ci si innervosisce, mentre sia ascoltano cattive notizie alla TV, guardando il cellulare, oppure in luoghi affollati, rumorosi, disturbanti, accorgendosi a malapena di quello che stiamo facendo impatta sul nostro corpo tanto quanto quello che abbiamo nel piatto, se non di più.

E anche: con quale intenzione stiamo mangiando: per godere a pieno del cibo oppure per stress, per noia, per reprimere al rabbia, perché siamo tristi e abbiamo bisogno di consolarci?

Più che stare una vita ad eliminare questo e quello, penso che dovremmo tutti imparare ad ascoltarci: c’è una voce, nel nostro corpo, una saggezza interiore che sa benissimo di cosa e di quanto abbiamo bisogno. Niente di complicato, peraltro. Dietro la voglia di sushi può esserci il bisogno di vitamina B12, dietro quello  di mandorle di vitamina E, e così via.

Certo, se la vocina vi sussurra di darci dentro con le chips o la crema spalmabile al succedaneo di cioccolato, allora vi devo deludere: quella non è la vostra voce interiore, ma la registrazione degli spot con cui vi hanno martellato negli anni. L’ho detto, vogliatemi bene lo stesso.

Dire che dovremmo mangiare tutti crudista, o gourmet, o vegano, o solo biologico, o al contrario fregarcene completamente, per me ha lo stesso senso di dire che dovremmo portare tutti il 39 di scarpe o il 42 di pantaloni: pochi ci staranno davvero comodi, ma la maggior parte abbastanza male, se non proprio sofferenti. E non avremo risolto nulla.

È che la nostra dieta ce la dobbiamo costruire pezzo per pezzo esattamente come il nostro guardaroba.

E nessuno se lo può misurare al posto nostro.

P.S. Sentite cosa dice in proposito la neuroscenziata Sandra Aamodt su Ted Talks.

Credit: photo da Shutterstock

Alla ricerca dell’avocado perfetto

avocadoDicono che le prime volte siano indimenticabili, specie quelle foriere di piaceri superlativi.

Beh, non è vero: io il mio primo avocado mica me lo ricordo.

A mia parziale scusante potrei convenire che, se l’assaggio è avvenuto in terra italica, deve esser stato abbastanza modesto.

A lungo ho creduto infatti che l’avocado fosse un frutto simpatico ma un po’ gommoso, scocciante da sbucciare, buono solo se frullato e abbondantemente condito.

E invece.

L’avocado perfetto, quello maturo al punto giusto, è profumato e burroso, verde brillante all’esterno e giallo pastello chic all’interno. Il seme è lucido, senza rigonfiamenti sospetti e basta un cucchiaio per staccarne con facilità tutta la polpa. Il gusto è leggermente nocciolato, cremoso, morbido, senza retrogusti acidi o indecisioni di sorta e basta una spruzzata di lime e un pizzico di sale per farne un piatto irresistibile.

Ho dovuto viaggiare il mondo per capire che cosa fosse esattamente la poesia vegetale di un avocado perfetto.

Ho scoperto che di solito ha a che fare con le miglia volate dal meraviglioso frutto, che devono essere rigorosamente meno delle tue.

Infatti i migliori li ho mangiati in America, generosamente rifornita di avocados dal vicino Messico, e in Sudafrica, paese produttore, le cui immagini di supermercati con banconi stracarichi di quei frutti divini quasi gratis ancora turbanono le mie notti insonni di avo-dipendente.

Ma soprattutto ho capito una cosa: che “l’avocado perfetto” è una tautologia.

L’avocado racchiude in sé la quintessenza della perfezione: solo, la esprime meglio quando lo si consuma nelle sue condizioni migliori, cioé prima che abbia fatto in tempo a richiedere la tessera frequent flyer.

Alcuni segni incontrovertibili della superiorità dell’avocado:

  1.  l’avocado sta divinamente con tutto: magnico con il pesce, ottimo con la carne, sta bene con i formaggi, è fantastico con il riso, le uova, funziona con l’insalate e nelle paste fredde, oltre a contribuire alla creazione di dolci meravigliosi;
  2. l’avocado è adatto a celici, intolleranti al lattosio, al lievito,  vegetariani, vegani, allergici al nichel. È perfettto per i crudisti e accettato dai macrobiotici (anche se non con l’entusiasmo che meriterebbe); a meno di sfortunate allergie al medesimo (non riesco nemmeno a scriverlo!) è ottimo per tutti;
  3. consumato regolarmente l’avocado fa benissimo: senza far nulla viene una pelle bellissima (ché non è mica un caso se molte preparazioni erboristiche contengono l’olio di avocado).
  4. fa bene allo spirito: mangiarlo, notoriamente, mette il buonumore. Almeno, a me fa sempre questo effetto.

La sua declinazione più nota, il guacamole, condito con una spuzzata di lime, erba cipollina (e, se compatibile con i vostri commensali, una punta di paprika affumicata, tipo Chipotle o Pimenton de La Vera) è un piatto che fa contenti tutti, dai crudisti ai gourmet più inveterati, passando più o meno per tutte le allergie, intolleranze e limitazioni gastronomiche di ogni genere.

Avercene qualsiasicose che mettano d’accordo tutti quanti con questa stessa soddisfazione!

Credits: foto da PositiveMed.com