La verità, vi prego, sulle diete. Appunti di mindfulness alimentare

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dieta L’insieme dei nutrienti ingeriti dall’uomo, o da un gruppo etnico, per soddisfare il bisogno alimentare (per es., d. mediterranea), intesa in tal caso come concetto legato allo stile di vita. Più spesso s’intende per d. una limitazione alimentare, proposta dal medico o spontaneamente adottata, in riferimento soprattutto al totale calorico (d. dimagrante)
Fonte: treccani.it

In principio erano le diete dimagranti.

Nemmeno ci sfiorava il pensiero che la Sacra Parola potesse avere altri significati, se non quello di ingenerare privazioni e fastidi al grido di “Se bella vuoi apparire un po’ devi soffrire”.

Ho sacrificato il mio giusto tributo di carboidrati sull’altare della dieta a punti/dissociata/con doppio carpiato senza rete. Poi per fortuna sono passata alle intolleranze, che mi hanno tolto di tutto, ma almeno potevo mangiare in pace i cibi residui. E stavo meglio, dimagrivo persino.

È stato allora che ho capito il senso di “insieme di scelte alimentari”, e ho cominciato a intuire un panorama più vasto, in cui conta la qualità del cibo, non solo le calorie, e in cui il sovrappeso esattamente come il mal di stomaco siano semplicemente un sintomo del proprio stato di salute.

Nel frattempo però mi sono innamorata delle meraviglie della grande cucina, dei grandi vini. Mi domandavo confusa che cosa avrei dovuto mangiare. Davvero la scelta era tra cibi ottimi al palato e quelli giusti per la mia salute?

Sul mio cammino ho incontrato molte persone che sostenevano di aver trovato La risposta.

Amici vegani, crudisti, macrobiotici, ayurvedici, seguaci della dieta dei gruppi sanguigni, della dieta basico-alcalina, ma anche gourmet inveterati, sacerdoti dell’ateismo calorico, portatori sani di metabolismi d’acciaio.

Li ho ascoltati tutti.

Ho mangiato da grandi chef e in piccole trattorie, ma anche vegano e vegetariano; conosco bene la cucina naturale, ho lavorato in un centro macrobiotico, mi sono interessata di ayurveda; ho provato la cucina crudista e pure la dieta dei gruppi sanguigni.

Mi manca la dietetica cinese, il fruttarianesimo e la paleodieta e più o meno mi sono fatta un’idea un po’ su tutto, ma su ultimi questi due non vi prometto nulla.

E, vi dirò: mi è pure piaciuto tutto.
Mi sento di confermare che c’è del buono ovunque.

Quello che complica le cose, a mio parere, è quando le diete diventano stile di vita, non più solo scelta personale, e cominciano a richiedere diritti e doveri: individuano un manipolo di cibi malefici™, che praticamente appena li mangi sei già gravissimo (i peggiori basta solo guardarli), e ovviamente di una serie di cibi-che-fanno-benissimo™, che dovresti mangiarli dalla mattina alla sera, e a volte condiscono pure il tutto con anatemi assortiti contro gli altri stili alimentari.

Non so. Sarà che ho un nugolo di valenti pianeti in sagittario e le soluzioni definitive mi danno il prurito alla faretra, sarà che non posso rassegnarmi, per esempio, al fatto che un’opera di genio umano come lo chèvre cendré, ma anche tutto il formaggio, sia da bandire per sempre dalle nostre vite, colesterolo o no.

Mi ha fatto molto riflettere invece l’approccio della mindfulness, e la tesi che l’atto del mangiare non sia solo la mera introduzione di cibo in bocca, né solo la qualità del cibo che mettiamo in bocca, ma anche tutte le emozioni che ingoiamo durante il pasto e forse anche un pizzico di quelle ci chi l’ha cucinato (momento di realismo magico offerto dalla casa).

È fondamentale scegliere cibi di qualità, certo, così come mangiare al meglio possibile.

Ma: mangiare al meglio per me implica cibi differenti per il mio vicino di tavola. Per varie ragioni in quel momento il suo organismo potrebbe aver bisogno di latte e ricotta e il mio di brasato al vino rosso o insalata di sedano rapa e carote.

Non solo: implica anche digerire le emozioni che accompagnano il pasto. Mangiare distrattamente, mentre si discute, ci si innervosisce, mentre sia ascoltano cattive notizie alla TV, guardando il cellulare, oppure in luoghi affollati, rumorosi, disturbanti, accorgendosi a malapena di quello che stiamo facendo impatta sul nostro corpo tanto quanto quello che abbiamo nel piatto, se non di più.

E anche: con quale intenzione stiamo mangiando: per godere a pieno del cibo oppure per stress, per noia, per reprimere al rabbia, perché siamo tristi e abbiamo bisogno di consolarci?

Più che stare una vita ad eliminare questo e quello, penso che dovremmo tutti imparare ad ascoltarci: c’è una voce, nel nostro corpo, una saggezza interiore che sa benissimo di cosa e di quanto abbiamo bisogno. Niente di complicato, peraltro. Dietro la voglia di sushi può esserci il bisogno di vitamina B12, dietro quello  di mandorle di vitamina E, e così via.

Certo, se la vocina vi sussurra di darci dentro con le chips o la crema spalmabile al succedaneo di cioccolato, allora vi devo deludere: quella non è la vostra voce interiore, ma la registrazione degli spot con cui vi hanno martellato negli anni. L’ho detto, vogliatemi bene lo stesso.

Dire che dovremmo mangiare tutti crudista, o gourmet, o vegano, o solo biologico, o al contrario fregarcene completamente, per me ha lo stesso senso di dire che dovremmo portare tutti il 39 di scarpe o il 42 di pantaloni: pochi ci staranno davvero comodi, ma la maggior parte abbastanza male, se non proprio sofferenti. E non avremo risolto nulla.

È che la nostra dieta ce la dobbiamo costruire pezzo per pezzo esattamente come il nostro guardaroba.

E nessuno se lo può misurare al posto nostro.

P.S. Sentite cosa dice in proposito la neuroscenziata Sandra Aamodt su Ted Talks.

Credit: photo da Shutterstock

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